Javier Cercas: bisogna fidarsi ciecamente dei traduttori

È tornata la terza settimana di settembre ed è tornato anche l’amato Pordenonelegge, la “febbre gialla” che da ben vent’anni assale la mia piccola città e la trasforma in un pentolone ribollente di libri, autori, incontri e ispirazioni. Anche quest’anno Linguaenauti ha ottenuto l’accredito stampa, così oggi ho riempito la mia storica borsa gialla e mi sono precipitata al primo appuntamento di questa intensa cinque giorni: la conferenza stampa di Javier Cercas, venuto a Pordenone (dove ormai è di casa) per parlare dei libri che hanno segnato la sua vita. Proprio come nel due edizioni precedenti mi sono infilata tra i giornalisti “veri” in attesa della mia occasione… che è arrivata puntuale!

Prima l’autore di Soldados de Salamina ha parlato in un italiano perfetto del proprio rapporto con la lettura e la scrittura e in particolare ci ha lasciato l’immagine del libro come partitura, che ogni lettore interpreta a modo suo, come un musicista. Addirittura si è spinto a dire che lui scrive i suoi libri solo per metà, perché l’altra metà la scrive ciascun lettore. L’ho trovato un modo molto umile ma anche esaltante di considerare il proprio lavoro, per un autore che vende milioni di copie in tutto il mondo: un dialogo continuo di cui tutti facciamo parte, ognuno con la propria voce.

Poi è arrivato il mio turno:

Che rapporto ha con i suoi traduttori e con le traduzioni dei suoi libri? Le legge mai?

Credo che la mia domanda l’abbia colto un po’ di sorpresa. Cercas si è accigliato e ha dato questa risposta:

No, non leggo mai le mie traduzioni, nemmeno in catalano – e io naturalmente sono bilingue. Anzi, non capisco proprio perché i miei libri debbano essere tradotti in catalano, visto che tutti i parlanti di catalano capiscono benissimo lo spagnolo.

Questo piccolo accenno polemico mi si è chiarito dopo, mentre parlava della lacerazione che hanno rappresentato per lui i fatti del 2017, quando la Catalogna è stata pervasa da fortissime spinte separatiste. Quel periodo l’ha straziato profondamente, al punto che – ci ha raccontato in anteprima – ha sentito che per lui si era chiuso un ciclo e se n’era aperto un altro, di cui leggeremo nel suo prossimo e ancora segretissimo romanzo. Poi ha proseguito:

Non potrei leggere il mio libro in un’altra lingua che conosco, avrei la tentazione di riscriverlo tutto! Se vedo l’edizione italiana dico: “AH! Quella parola!” (e qui quasi si copre il viso con la mano). Perciò ho una fede cieca nei miei traduttori. Il mio primo traduttore italiano è stato Pino Cacucci, poi è arrivato Bruno Arpaia, e ho grandissima fiducia in entrambi. In realtà ho un buon rapporto con tutti i miei traduttori; alcuni di loro mi consultano spesso per chiarire i loro dubbi, ma io mi limito a rispondere alle domande senza approfondire oltre. Non ce la farei.

Decisamente una risposta sincera! L’incontro è proseguito poi con leggerezza sul tema della lettura, che secondo Cercas non deve essere troppo solenne (“con il suo Quijote così popolare, oggi Cervantes non vincerebbe mai il Premio Cervantes”, sostiene) ed è uno dei piaceri fondamentali della vita, come il cibo e il sesso. Come non essere d’accordo?

Vuoi sapere cos’hanno risposto gli altri autori che sono riuscita a intervistare nelle edizioni passate di Pordenonelegge? Non perdere Arturo Pérez Reverte (2018) con Alcuni traduttori mi ignorano e sopratutto Carlos Ruiz Zafón (2017), un vero appassionato di lingue e traduzioni, in La traduzione è una matematica della parola.

Ecco qui una breve video-intervista di Pordenonelegge in cui puoi vedere da vicino l’autore:

 

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