Federico Favot: la creatività è un muscolo che va allenato

Quanto sono importanti le storie nel nostro quotidiano? Federico Favot, sceneggiatore e scrittore a dir poco eclettico, non ha dubbi: tutti noi abbiamo un bisogno sconfinato di leggerle, vederle, ascoltarle e sentirci coinvolti, ad ogni età e in ogni ambito della nostra vita. Per questo oggi è sempre più cruciale imparare a raccontarle, in particolar modo nell’universo freelance, dove lo storytelling può fare la differenza tra l’opacità e il successo. Ma se l’inventiva non è il nostro forte? Federico ha ottime notizie per noi: la creatività è come un muscolo, che ha solo bisogno di allenamento e tenacia per dare il meglio di sé. E se la alimentiamo a Post-it, poi, può davvero stupirci…

Sei uno sceneggiatore con centinaia di episodi di serie TV all’attivo, hai scritto film, libri, podcast e tenuto molte ore di lezione sulla narrazione. Perché secondo te le persone non si stancano mai delle storie, e anzi, ne vogliono sempre di più e in forme sempre nuove?

Perché in quanto esseri umani, delle storie non possiamo fare a meno. E se vuoi ti faccio un esempio molto semplice da un’esperienza che ho vissuto ieri sera.

Ero in un hotel, da solo, e dopo cena stavo rientrando nella mia stanza. Poco prima di inserire la card nella fessura mi sono accorto che la porta era aperta, leggermente accostata. Strano, ho pensato. A quel punto non sapevo che fare, anche perché sentivo un rumore provenire dall’interno, come di un respiro affannato. Ci ho pensato qualche secondo e, invece di scendere nella hall per chiamare qualcuno, mi sono fatto coraggio e ho spalancato la porta di colpo. A quel punto, davanti a me…

Ecco, la storia me la sono inventata adesso. E sono sicuro che il sentimento di fastidio che il lettore sta provando in questo momento è quasi “fisico”. Un po’ come da bambini, quando un amico ci diceva “Ho appena scoperto una cosa, ma non posso dirtela”. Un’urgenza di sapere, la voglia matta di capire come una storia si conclude… ecco, sono tutti sintomi di questo meraviglioso bisogno di storie che abbiamo e avremo sempre.

Un tuo tratto in comune con i professionisti delle lingue, insieme al fatto che vivi tra le parole, è che sei una persona decisamente poliedrica: oltre alle tue molte attività legate alle storie, sei anche un imprenditore con diverse startup all’attivo. Secondo la tua esperienza, è importante essere creativi anche nel diversificare il proprio lavoro? E qual è il segreto per riuscirci?

Nel mio caso diversificare vuol dire sopravvivere. Sono una persona curiosa, ai limiti del patologico. Ho bisogno di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. E sono convinto che la creatività si alimenti grazie a stimoli diversi. Il mio ragionamento è questo: la creatività è l’unione di due o più elementi esistenti (spoiler alert: no, l’originalità non esiste) per formare qualcosa di nuovo. Se intendi la creatività in questo modo capisci che più elementi conosci, preferibilmente da campi diversi, e più puoi attingere a questo gigantesco database per incrociare parole, immagini, suoni, intuizioni, idee, appunti, eccetera.

Non so se c’è un segreto, ma ho capito negli anni che anche quello della creatività è un muscolo che va allenato. Siamo tutti creativi, naturalmente a livelli diversi, e per esperienza posso dire che una persona molto creativa che non si allena vs. una persona meno creativa ma che lavora sodo… be’, spesso la seconda – magari sul lungo periodo – di solito la spunta e vince.

L’anno scorso hai lanciato con Edoardo Scognamiglio Hacking Creativity, un podcast in cui “hackerate” la creatività di tanti professionisti diversi alla ricerca di nuovi metodi e strumenti per produrre idee. Dopo tante interviste, hai individuato alcune costanti della creatività sulle quali ci consigli di riflettere?

L’esperienza di Hacking Creativity è davvero formativa, oltre che molto divertente. Sicuramente ci sono delle costanti nei metodi creativi dei professionisti che abbiamo incrociato. Provo a elencarne alcune: la curiosità per tutto ciò che è nuovo; le antenne dritte su quello che succede nel mondo; la lettura di libri; l’abitudine ad appuntarsi sempre le idee su un taccuino (digitale o analogico); l’applicazione di alcune tecniche creative (come il brainstorming, le mappe mentali, l’utilizzo di cards, eccetera); l’uso “intelligente” di internet (che potrei sintetizzare in: meno social, più Wikipedia).

Potrei andare avanti all’infinito ma queste sono probabilmente le più ricorrenti.

Quest’anno abbiamo tutti vissuto un evento epocale, che ha sconvolto le nostre vite personali e professionali e ci ha fatto fare i conti con una nuova realtà. Dal tuo punto di vista, come ha influito e sta influendo la pandemia sulla creatività dei professionisti? Hai già visto qualche conseguenza nell’immediato e/o ti senti di ipotizzarne (o auspicarne) a lungo termine?

Argomento molto complesso. Ho visto colleghi, durante il lockdown, totalmente spenti e annichiliti dalla situazione (comprensibile). Ne ho visti altri, invece, che sono riusciti a reagire e a sfruttare il tempo in più per formarsi, creare nuovi contenuti, alimentare il proprio bagaglio di idee e proposte, pronti per la famigerata “fase due”. Quindi sicuramente la componente psicologica ha giocato in maniera diversa in base alla propria personalità e al proprio carattere.

Poi c’è il tema dello smart working. E qui le domande sono tante: quanto è efficace un brainstorming via Zoom? Quanto è alto il rischio di “imbruttirsi” rimanendo sempre a casa al lavoro? Questi “contatti umani ridotti” quanto influiscono sulla nostra creatività? Sono domande alle quali è complicato dare una risposta ora.

Sul versante delle conseguenze quello che in prospettiva mi preoccupa di più sono i tagli delle aziende ai budget “creativi” (contenuti, pubblicità, innovazione). Molte realtà, dopo il lockdown, devono purtroppo fare i conti con mancati ricavi e conti che non tornano. E spesso fanno l’errore di tagliare quei costi che, all’apparenza, non risultano “essenziali”. Ma se non consideriamo essenziale la creatività – soprattutto in un mondo in cui, grazie all’Intelligenza Artificiale, tutti i lavori “non creativi” stanno per venire soppiantati – quale sarà il nostro futuro di lavoratori?

Quest’anno sarai protagonista dell’edizione straordinaria di Trad-Pro 2020 con una giornata di formazione dal titolo Storytelling per freelance. La tua storia in 9 Post-it (scarica qui il programma). Anticipaci una curiosità: in un 2020 ipertecnologico, perché uno strumento “vintage” come i Post-it dovrebbe far parte della cassetta degli attrezzi di ogni professionista?

Sì, sono contento di partecipare a questa giornata perché ho l’occasione di unire le mie due grandi passioni: lo storytelling e la creatività.

Quello che faremo, senza svelare troppo, è capire come funzionano le storie. E una volta assorbiti gli elementi principali andremo a scrivere la nostra storia, in questo caso quella della nostra professione di freelance in un mondo così competitivo e complesso. Scopriremo così che, grazie allo storytelling, possiamo costruire un “piano d’attacco” per raggiungere i nostri obiettivi, professionali e non. E l’aspetto interessante è che lo faremo divertendoci e, soprattutto, ognuno lavorerà alla propria storia sin da subito.

Per quanto riguarda i Post-it (intesi come strumento vintage) la risposta è questa: il nostro cervello lavora in maniera diversa quando scriviamo al computer o quando usiamo invece carta e penna (o post-it, appunto). Inoltre ci sono altri due aspetti importanti. Il primo: con una penna e dei post-it colorati in mano torniamo bambini, ci si spalanca un mondo di opportunità e ci riappropriamo di quella creatività “senza paura del giudizio” che avevamo allora. Il secondo: appicciare decine di post-it a una lavagna o una finestra ci permette di avere una visione d’insieme che, con il computer, è difficile avere “a colpo d’occhio”.

Per concludere: ogni creativo dovrebbe avere – spazio e budget permettendo – due scrivanie: una analogica (piena di matite colorate, fogli, forbici, ritagli e appunto post-it…) e una digitale (con il computer, il cellulare, l’iPad…).

Magari questo potrebbe essere uno degli obiettivi che i partecipanti alla giornata di formazione inseriranno nella loro storia…

Grazie Federico, ci vediamo il 24 ottobre a Pordenone!

Federico Favot ha studiato Tecniche della narrazione e storytelling presso la scuola Holden e ha frequentato il corso di perfezionamento per sceneggiatori Rai Script.

È Maestro del Corso di scrittura seriale della scuola Holden e ha scritto o ha collaborato alla sceneggiatura di circa 300 episodi di serie TV per il mercato italiano e internazionale, oltre a scrivere libri, campagne pubblicitarie e podcast.

Nel 2014 ha fondato l’e-commerce Famideal e la casa di produzione Storymatch e nel 2018 ha dato vita alla startup Quibigames, per insegnare ai bambini i fondamenti dello storytelling tramite giochi educativi e interattivi avanzati.

Le sue ultime fatiche (per ora, naturalmente), sono Hacking Creativity, il podcast sulla creatività numero uno in Italia, e il videocorso Come raccontare una storia.

 


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