L’Italia è pronta per i freelance?

handsome-businessman-working-with-laptop_426-19315256Si parla spesso di quanto il lavoro freelance sia sottovalutato nel nostro Paese: in primis dallo stato, che garantisce scarsi diritti a questa categoria di lavoratori, e spesso dai committenti, che in molti casi non ne riconoscono il giusto valore. È senz’altro un argomento scottante che merita un articolo a parte, ma interrogandomi su queste questioni mi sono posta una domanda: quali sono le cause profonde di questa situazione? In passato io stessa ho svolto diversi lavori: per alcuni anni sono stata dipendente dalle 9 alle 18 e per altri ho fatto l’insegnante (come racconto qui). Perciò credo di poter parlare con cognizione di causa se dico che quando ho deciso di diventare freelance, ho notato che l’atteggiamento di chi mi stava intorno è cambiato notevolmente.

Una premessa: questo articolo non vuole essere un lamento sulle condizioni dei freelance, anche perché odio le lamentazioni e oggi come oggi sono parecchie le categorie in difficoltà. So per esperienza che ogni tipo di lavoro comporta vantaggi e svantaggi, richiede sacrifici, impegno e rinunce; semplicemente vorrei tentare una piccola “analisi sociologica” senza pretese, perché sono giunta alla conclusione che se il lavoro freelance è così poco tenuto in considerazione a livello istituzionale, una delle cause è anche la mentalità italiana che non è ancora pronta a ritenerlo un lavoro a tutti gli effetti. Insomma, come dice mia nonna con un errore rivelatore, è un “lavoro im-proprio”.

Comincio con alcuni dati tratti dalla rielaborazione di ACTA, l’associazione dei professionisti del terziario avanzato, sulla base dei dati Istat relativi al 2013. Secondo queste rilevazioni, su 22.420.000 occupati in Italia poco meno del 6% (1.286.000 lavoratori, ma il trend è in crescita) sono i cosiddetti freelance; le donne costituiscono circa un terzo di questa forza lavoro e anche la loro percentuale in aumento. Le ragioni di queste cifre, secondo ACTA, sono da cercarsi soprattutto nella crisi occupazionale: essendoci meno opportunità di impiego dipendente, chi è in possesso di competenze specializzate spesso opta per “inventarsi” un lavoro.

Questi dati dimostrano che in Italia gli autonomi sono una fetta consistente del mercato del lavoro e che per alcuni aspetti ne rappresentano il futuro. Quindi la domanda resta: in cosa differisce a livello sociale la percezione di un lavoratore freelance da quella di un impiegato, un insegnante, o da altre tipologie di lavoratori autonomi come gli artigiani e i commercianti (dal negoziante all’idraulico, al piastrellista) o i professionisti, nel senso di “lavoratori iscritti a un ordine professionale”, come gli avvocati, gli architetti, gli psicologi e così via? Ho provato a fare una semplificazione basata sulla mia esperienza e l’ho ridotta a tre punti fondamentali:

I luoghi
Work-from-homeI freelance, nella maggior parte dei casi e/o per la maggior parte del tempo, non hanno uno studio, non ricevono su appuntamento, non vanno dai loro clienti. I freelance, nella maggior parte dei casi e/o per la maggior parte del tempo, lavorano in un luogo non-luogo: casa loro. I più fortunati hanno una stanza tutta per sé, altri per scelta o necessità un angolo in qualche parte della casa. 

Per esperienza personale, credo che questo sia lo scoglio principale per farsi considerare lavoratori a tutti gli effetti: che lavoro è se puoi farlo in pigiama? Perciò capita che spieghi cosa faccio a persone che non vedo da tempo e che loro concludano con un “quindi fai la casalinga”, o che conoscenti che passano dalle mie parti vengano a trovarmi perché “tanto sei a casa” (beninteso: l’amico che passa per un saluto o un caffè è più che ben accetto… se la cosa si riduce a i tempi ragionevoli di una pausa e non degenera in una mattinata persa). Insomma, cose che senz’altro non succederebbero se facessi lo stesso lavoro, ma in uno studio fuori casa.

E la cosa non vale solo agli occhi degli altri, ma anche a quelli di noi freelance stessi: sono a casa, non lo metto un sugo sul fuoco? Forse per retaggio culturale questo vale soprattutto per le donne: quando passi dal lavoro dipendente a quello autonomo è senz’altro più facile semplificare alcune incombenze della vita quotidiana… con il rischio però di venirne travolti. Perché spesso e volentieri devi costringerti a lasciare i letti sfatti come quando andavi in ufficio, se vuoi sperare di arrivare in fondo alla giornata con le consegne pronte. Un’esperienza che si commenta da sola è quella di un’amica: quando lavorava in ufficio la nonna le dava un aiuto consistente con i bambini, tendendoli tutti i pomeriggi; adesso storce il naso per un paio d’ore ogni tanto: “Ma scusa… non sei a casa?”. E le sue ore di lavoro si spostano dopo cena.

A proposito di questioni di genere, se le donne freelance agli occhi altrui sono innocue casalinghe (quindi svolgono un lavoro socialmente accettato), per gli uomini la faccenda è un po’ diversa. Un amico mi raccontava di come le anziane vicine fossero insospettite dal fatto che lui stesse a casa mentre la moglie andava a lavorare, e una volta se le è persino ritrovate a sbirciare dalla finestra! D’altra parte, avranno pensato, cosa può fare un uomo solo in casa tutto il giorno? Se va bene il mantenuto, ma se va male…

I tempi, almeno dal mio punto di vista, sono l’aspetto più interessante ma anche più insidioso del lavoro freelance, soprattutto per chi ha una famiglia. having-a-coffe-and-checking-diary_385-19321298
Avendo due bambini, per me i tempi sono tutto: devo concentrare il massimo del lavoro quando loro sono a scuola, perché quando sono a casa non posso (e non voglio, anche se spesso sono costretta a farlo con varie strategie) lavorare. In questo senso il lavoro freelance è la soluzione perfetta al grosso problema della conciliazione: non hai orari fissi da rispettare, se al mattino il pargolo si sveglia con la febbre non devi fare i salti mortali, un giorno di vacanza da scuola non è un dramma (o quasi, a seconda dei periodi). Ma questo non significa che i freelance abbiano a disposizione tutta la giornata, perché spesso e volentieri questi contrattempi vengono bilanciati da ore di lavoro la sera o nei fine settimana. Eppure noto, anche in persone a me vicine, che questo concetto fatica a passare: mi è capitato qualche volta di commentare che mi piacerebbe iscrivermi a un certo corso ma non so quando andarci, e la risposta è stata: “Ma vai la mattina, no?”. O di sentirmi chiedere: “Visto che hai tempo potresti…?” È vero che un freelance può attraversare periodi di poco lavoro che permettono di prendersi qualche giornata libera, ma non è o non dovrebbe essere la norma.

Questa incomprensione può generare sconforto, soprattutto quando arriva da persone che ti conoscono bene. Una piccola strategia che ho adottato per far passare il concetto è la similitudine con lo studio, forse più comprensibile: anche quando prepari un esame non hai un cartellino da timbrare e puoi gestire il tuo tempo, ma tutti rispettano le ore che ci dedichi perché sanno che l’esito dell’esame dipende solo da te, dal tuo impegno e dalla tua concentrazione. Ecco: fare il freelance è più o meno la stessa cosa, solo che hai esami tutti i giorni.

I guadagni

handsome-businessman-working-with-laptop_426-19315256Questo tema, a mio parere, è il vero collante che riunisce tutti gli altri. Se già lavorare a casa di per sé lascia perplessi, se i tempi flessibili del lavoro freelance possono apparire sinonimo di nullafacenza agli estranei, credo che il motivo principale sia questo: il lavoro freelance è ancora visto, spesso, più come un hobby che come una professione che genera un reddito reale e determinante. Fino a poco tempo fa mi capitava che qualcuno mi passasse annunci di lavori pagati poche centinaia di euro al mese o mi avvisasse che in quella tal scuola c’erano alcune ore scoperte. Io sgranavo gli occhi: com’è possibile che queste persone siano convinte che per me tradurre sia un ripiego per riempire il tempo e non un lavoro vero con cui contribuisco in modo sostanziale al budget familiare?

Questo stesso atteggiamento si rivela in altri commenti. Come a molti lavoratori anche ai freelance capitano momenti in cui la mole di lavoro è maggiore, o periodi difficili (malattie dei bimbi o nostre, vacanze scolastiche, problemi familiari…) in cui è complicato gestire tutto. Ma non a tutti capita di sentirsi dire: “Vabbè, rinuncia, cosa ti cambia?”. Sarebbe come dire con leggerezza a un dipendente: “Vabbè, chiedi un’aspettativa, un part-time, licenziati, cosa ti cambia?”. Be’, cambia: è vero che un freelance può decidere più liberamente quali lavori accettare o meno, ma non ha uno stipendio fisso né ferie o malattie pagate su cui contare, quindi prima di rinunciare a un lavoro (che in alcuni casi, poi, può significare anche rinunciare a un cliente) deve pensarci bene. Eppure noto che spesso l’aspetto economico del lavoro freelance viene sottovalutato, come se fosse, tutto sommato, prescindibile… in particolare quando la freelance è una donna, per una convinzione dura a morire per cui sono gli uomini a “dover” guadagnare di più e a meritare maggiore appoggio e comprensione quando hanno un periodo intenso al lavoro.

In conclusione, sebbene qualcosa stia cambiando anche in Italia, credo che in linea generale  il lavoro freelance disti ancora parecchio dall’essere considerato un impiego alla pari degli altri. Le cause possono essere molte, tra cui la sua relativa novità o la sua parcellizzazione in tante attività diverse e spesso distanti tra loro che impediscono, agli altri e a noi freelance stessi, di considerarci parte di un unico gruppo di lavoratori accomunato dalle stesse esigenze. Per fortuna anche questo sta cambiando e si stanno diffondendo associazioni come ACTA o la Coalizione 27 febbraio, che raccolgono le istanze degli autonomi in un’unica voce capace di farsi ascoltare anche dalle istituzioni.

E voi che ne pensate? Vi rivedete in queste esperienze?

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12 thoughts on “L’Italia è pronta per i freelance?

  1. Sono d’accordo su tutto. Spesso ho pensato di essere esagerata io ma mi rendo conto di non essere sola. Spiegare continuamente che al tal lavoro non posso rinunciare, che è frustrante la quantità di tasse da pagare, che a dicembre tu ricevi la tredicesima, io pago l’acconto Iva, che ok, oggi non vado a insegnare in azienda ma magari avevo altro da fare.. Alla fine ho risolto alzandomi all’alba e facendo due conti che dimostrassero nero su bianco quanto guadagno e quanto contribuisco. Questo è fondamentale, prima di tutto per noi stessi, per non considerarci hobbysti. Francesca Marano propone un libro con un utile excel proprio per questo, ma si può anche utilizzare CalPro. Perché c’è poco da fare: dobbiamo essere noi i primi a comportarci da lavoratori, altrimenti non ci si può aspettare comprensione e aiuto dagli altri, anche se vivono con te.

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  2. … eccomi qui, sono il marito a casa (quasi sempre, se non da clienti) e desto i sospetti di tutti nello stabile, portinaio in primis (che vede la moglie uscire ogni giorno tra le 8 e le 19, e chissà cosa pensa di me!)

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  3. Morire è un pò freelance..
    Dopo due anni passati a casa a fare siti in wordpress, ho smesso e mi sono proposto come collaboratore non pagato presso alcuni studi di grafica/architettura, ho la partita iva, gestisco i miei clienti e collaboro con lo studio curando la loro presenza sul web e offrendomi ai loro clienti.
    Sono al terzo studio in 6 anni, non perchè mi hanno cacciato, ma perchè è bello cambiare…
    Certo è che si guadagna poco se si è da soli, ma se si ha uno studio e 3-4 collaboratori non si è più concorrenziali. Quindi?
    Sto studiandodue idee: avere uno studio virtuale, ma con i collaboratori costantemente connessi via webcam e teamviewer, non per un eccesso di controllo, ma per sentirsi insieme.
    Oppure un coworking a ore aperto 24h, sei bravo? vieni, lavori 2/4/8 ore di giorno o di notte, tutto ciò che fai viene registrato e a fine mese ti vengono pagate le ore complessive
    Pareri? commenti?

    Lorenzo Poggioli, WordPress lover

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