Ecco dove sono finiti i traduttori

L’ultimo grande successo di Netflix, la serie TV coreana Squid Game, ha suscitato un’ondata di reazioni senza precedenti, e questa volta non solo tra gli appassionati di serie, ma anche nella comunità dei traduttori di tutto il mondo. Dopo aver seguito queste appassionanti discussioni per alcune settimane, ho pensato di riassumerle qui per sommi capi… e di chiedervi cosa ne pensate.

Il dibattito è partito da una serie di tweet e video su Tik Tok dell’influencer coreana-americana Young Mi Meyer, che ha segnalato come la traduzione dei sottotitoli dal coreano all’inglese avrebbe potuto essere decisamente più accurata. Niente di nuovo: molto spesso i sottotitoli suscitano perplessità in chi conosce la lingua originale, che, a differenza di quanto avviene nel doppiaggio, si offre in tutto il suo splendore all’orecchio degli spettatori. Certo, non è sempre semplice condensare in pochi e leggibili caratteri interi dialoghi con le rispettive sfumature, soprattutto quando la cultura di partenza e quella di arrivo sono tanto diverse… ma in questo caso Young Mi Meyer ha centrato il punto: si poteva fare di meglio.

La polemica però non si è estinta qui: i sottotitoli inglesi sono stati la base per le traduzioni nelle lingue europee, suscitando ulteriori dubbi tra i traduttori dal coreano (una nicchia non da poco), che si sono visti sfumare davanti agli occhi un lavoro per il quale sarebbe valsa la pena rivolgersi a madrelingua.

Come se non bastasse, è scoppiato il caso dei sottotitoli dall’inglese allo spagnolo, che sono stati addirittura realizzati con un programma di traduzione automatica e poi sistemati in post-editing, con l’indicazione di intervenire il meno possibile (potete seguire il dibattuto sull’account Twitter di ATRAE). Lo scopo più che palese di questa operazione era ovviamente spendere il minimo indispensabile per i sottotitoli, una scelta davvero incomprensibile, dato che una serie si basa, ovviamente, anche sulla qualità dei dialoghi. 

Tale polverone non poteva rimanere inascoltato, così un articolo dal titolo Lost in translation: The global streaming boom is creating a severe translator shortage, comparso l’8 novembre sulla rivista online Rest of World si è fatto eco del punto di vista di uno dei più grandi fornitori di sottotitoli per Netflix, la società Uyuno-SDI, il cui AD David Lee ha dichiarato che (udite udite) purtroppo non ci sono traduttori sufficienti a coprire la domanda, quindi in sostanza la traduzione automatica diventa una necessità.

 “Nobody to translate, nobody to dub, nobody to mix –– the industry just doesn’t have enough resources to do it.” 

Come potete immaginare, simili affermazioni hanno scatenato una levata di scudi tra traduttori e adattatori audiovisivi, che è stata riassunta in un articolo pubblicato su The Guardian del 14 novembre intitolato Where have all the translators gone?

L’articolo riporta le opinioni di persone coinvolte a vario titolo nel settore dell’audiovisivo, e in particolare nella sottotitolazione. Credo che la lettura più lucida sia quella della traduttrice audiovisiva Katrina Leonoudakis, che scrive:

 Like every other industry that requires skilled labour, the problem isn’t that there’s a ‘shortage’. The problem is that companies don’t want to pay for the highly experienced translators that are available. ‘Shortage’ is always capitalist speak for ‘we don’t want to pay’.

Vi ricorda per caso la polemica italiana sulla mancanza di camerieri per la stagione estiva? Ecco, esatto.

La cosa appare ancora più assurda dopo aver scoperto che, in un’intervista, Lee ha ammesso di aver fondato l’impresa perché lui e i suoi soci si sentivano maltrattati nella piccola società di traduzione per cui lavoravano! 

Insomma, il problema è sempre il solito: molte imprese dai profitti stellari in realtà tagliano dove possono, investono meno dove credono di trovare manovalanza a buon mercato, ritenendo che la vera qualità risieda altrove. E se parliamo di dialoghi, forse questo poteva essere vero fino a qualche tempo fa, perché il pubblico era meno interessato a queste questioni e meno preparato, mentre oggi è sempre più consapevole di ciò che ascolta, oltre che di ciò che vede.

Per rispondere alla domanda del Guardian, “Dove sono finiti i traduttori?”, be’ personalmente non credo che la traduzione audiovisiva sia un settore da cui fuggire, come dice la prima intervistata nell’articolo, Anne Wanders. I traduttori professionisti, che non lavorano in cambio di noccioline o di un’immangiabile visibilità sono “finiti”… a occuparsi di progetti migliori, ben pagati e soddisfacenti. Perché questi progetti, come le società serie, esistono, va ricordato: molte persone vivono tranquillamente della traduzione audiovisiva e sono trattate in modo equo. E spesso sono professionisti che diversificano le loro attività e possono scegliere di lavorare solo ai progetti che valgono davvero la pena. Le società che non sono in grado di valorizzare questo anello della lunga catena audiovisiva sono destinate ad accontentarsi di traduttori novellini (che – giustamente – fanno gavetta, ma tagliano la corda appena trovano condizioni migliori), di dilettanti o di macchine. Ma alla lunga questa strategia pagherà?

Hai seguito anche tu il dibattito nato dai sottotitoli di Squid Game? Cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti!


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