L’amica geniale: perché dobbiamo amare il dialetto

… e i sottotitoli, mi verrebbe da aggiungere. Ma partiamo dalla serie, o meglio, dai libri. L’amica geniale è una quadrilogia della misteriosa scrittrice nota come Elena Ferrante, già balzata in qualche modo agli onori delle cronache traduttive perché ha reso celebri i traduttori di tutto il mondo, e in particolare quella americana, Ann Goldstein, che ne sono diventati la voce non solo sulla carta, ma anche nei festival letterari o nelle interviste sui vari media. La quadrilogia, oggi trasformata in una serie TV con la regia di Saverio Costanzo, racconta sessant’anni di vita di due amiche nate e cresciute in un misero rione di Napoli, Elena detta Lenù e Raffaella detta Lina (in realtà è solo Lenù a chiamarla Lila e questo finora è l’unico, e inspiegabile, “errore” della serie). Sullo sfondo delle loro vicende private trascorrono decenni di storia locale e italiana, con i cambiamenti epocali, soprattutto di costume, avvenuti dal dopoguerra a oggi.

Ho macinato le 1.800 pagine della quadrilogia in pochissimi giorni, un paio di estati fa, con una voracità che non provavo dall’adolescenza e che, devo ammetterlo, mi ha appassionata e al tempo stesso mi ha fatto malissimo. Ero angosciata dalla crudezza dei rapporti, dalla cerebralità esacerbata di Elena, dal lato nero dell’animo umano che inzuppava ogni pagina; non riuscivo a fare a meno di precipitare nel mondo della protagonista, di cominciare a pensare come lei e di rivedere nel libro persone della sua generazione che conosco molto bene. Tutta quella verità era un pugno nello stomaco.

Eppure l’opera è, a mio parere, falsamente realistica o neo-realistica, come l’hanno definita molti. Per cominciare, dire che racconta una storia di amicizia è riduttivo e per certi versi falso: quello tra le due protagoniste è un vero e proprio legame potente e ambiguo, che porta in sé il concetto di protezione e costrizione; è un rispecchiamento continuo tra luci e ombre, una dialettica tra il sé e la consapevolezza di sé. Più che amiche, Lila e Lenù sono due volti di una stessa psiche. Lo stesso vale per l’ambientazione: un rione della Napoli del dopoguerra (e poi via via verso i giorni nostri) descritto magistralmente, ma che se ci pensiamo bene diventa un luogo fuori dal mondo e dalla storia, chiuso in se stesso e fittizio, come rende alla perfezione la scenografia della serie: sulle prime spalanchi la bocca dallo stupore, ma andando avanti ti rendi conto che è un non-luogo, un microcosmo disegnato col gesso su una lavagna. E ancora i personaggi: vividi e verosimili, ma sotto la superficie capisci che sono molto più tipi che individui, ciascuno chiuso nel rispettivo ruolo, ancorati a un determinismo spietato, portatori di forze universali, archetipiche, semplicemente calate nella realtà della Napoli di quegli anni ma che potrebbero funzionare benissimo in qualsiasi spazio e in qualsiasi tempo. Un po’ come le grandi opere liriche, che vengono riambientate ogni volta illuminando vari aspetti della realtà.

Personalmente credo che in questa universalità risieda la grande forza del testo, che a dire il vero ho capito solo riflettendoci a posteriori; in realtà la prima cosa che mi aveva rapito del libro è stata la superficie (che non vuol dire superficiale), la potente storia di rivalsa personale e sociale attraverso lo studio. Sarà perché io l’ho vista e di riflesso vissuta nei miei genitori: mia madre di un piccolo paese del sud, mio padre di un piccolo paese del nord, entrambi hanno potuto studiare grazie alla lungimiranza e ai sacrifici dei miei nonni (e di loro stessi, che sono dovuti andare piccolissimi in un collegio lontano da casa) per avere un destino diverso. La loro storia assomiglia a quella di Lenù per tantissimi aspetti di cui mi piacerebbe parlare, tra i quali però scelgo solo quello più pertinente con questo blog: il dialetto.

All’indomani della prima puntata della serie Tv, e poi della seconda, ho letto sui social tantissimi commenti contrari all’uso del dialetto, e persino dei sottotitoli. Questa avversione mi ha molto stupita: è possibile essere ancora così sospettosi nei confronti dei sottotitoli, nel 2018? E soprattutto non rendersi conto di quanto la lingua originale faccia parte di un’opera artistica al pari dei volti degli attori o della scenografia?

Ammetto che la mia condizione di traduttrice audiovisiva mi mette in un tremendo conflitto di interessi! Ma in effetti, sebbene sia sempre preferibile vedere film o serie in lingua originale per ovvi motivi, è vero che non tutti i prodotti audiovisivi sono così pregevoli da renderlo indispensabile; senza fare nomi, ci sono un’infinità di film o serie che si godono ugualmente o persino meglio doppiati. Ma nella serie L’Amica geniale il dialetto ha un’importanza narrativa enorme, assolutamente indispensabile. Chi ha letto i libri saprà che in realtà il dialetto vi compare solo sporadicamente, con qualche parola o espressione inserita di rado; e anche il discorso diretto è rarissimo. È la narratrice Elena a riportare i discorsi aggiungendo “disse in dialetto”, ma il napoletano in sé è praticamente assente. E questo già la dice lunga sul magnifico lavoro fatto per la sceneggiatura della serie: trasformare in svariate ore di discorso diretto qualcosa che nel libro è solo riportato, mediato, reso in modo descrittivo. Ma soprattutto, l’italiano appare come la lingua artificiale, quella di chi ha studiato, di chi si è allontanato dal mondo del rione; Lenù lo usa come arma per intimidire, per farsi ascoltare (immagino che questo aspetto verrà sviluppato meglio nei prossimi episodi.) Questo mi ha ricordato quanto mi raccontava mio padre, di quando, una volta laureato, alcuni suoi vecchi amici del paese avevano cominciato a dargli del lei e a parlargli in italiano e lui, per ristabilire la vecchia confidenza, passava subito al dialetto. A dimostrazione che l’uso dell’italiano o del dialetto non è una mera trovata narrativa, ma una scelta consapevole che trova conferme nella vita reale di quegli anni.

In conclusione, il dialetto fa parte del patrimonio culturale italiano e a mio parere non va mai temuto… e quando viene usato così a proposito, si può solo amare in modo incondizionato. Voi cosa ne pensate?

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2 risposte a "L’amica geniale: perché dobbiamo amare il dialetto"

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