Antonella Strazzari: l’autobiografia linguistica per gli studenti di L2

L’insegnamento dell’italiano per stranieri, o italiano L2, è una realtà viva e decisamente speciale con cui tanti insegnanti si confrontano in modi anche molto diversi: con percorsi più o meno lunghi, con bambini, adolescenti o adulti, in circostanze molto varie e spesso completamente differenti tra loro. Certa di trovare d’accordo i lettori, mi sento di dire che sia una delle esperienze più arricchenti che un insegnante possa fare, sia grazie alle persone che si incontrano, con tanti vissuti che aprono finestre su altri mondi, sia per il modo di ripensare l’insegnamento e l’apprendimento delle lingue (come si insegna una lingua a chi non è mai andato a scuola, ad esempio?), sia soprattutto per la sensazione di far parte di un meccanismo in movimento che per molti versi rappresenta meglio di qualsiasi altro il mondo in cui viviamo.

Perciò quando ho letto sulla rivista Lend – Lingua e nuova didattica ben due articoli sull’autobiografia linguistica, un tema di cui non avevo mai sentito parlare e che mi ha subito acceso più di una lampadina, non ho potuto fare a meno di contattare una delle autrici, la professoressa Antonella Strazzari, per chiederle maggiori informazioni da condividere con tutti i Linguaenauti. E, come leggerete, ho scoperto non solo un’attività utilissima nell’ambito della didattica delle lingue, ma anche uno spunto di riflessione con risvolti sorprendenti per tutti.

Colored pencils and note book on a wooden

Il concetto di autobiografia linguistica è poco noto, ma molto evocativo per tutti gli appassionati di lingue. Può spiegarci cosa significa e come si differenzia da quello di competenza linguistica?

Sono concetti molto diversi. La competenza linguistica significa, semplificando, sapere una lingua. L’Autobiografia Linguistica (d’ora in poi AL) è il percorso di conoscenza del proprio repertorio linguistico, attraverso attività e riflessioni che portano alla presa di coscienza di quali sono le lingue della propria vita, a quali identità singole o plurime sono collegate, quali valenze culturali vi sono insite, quale ruolo giocano dentro di noi.

Sulla rivista Lend (numero 3/2017) ha illustrato una sua attività in classe di italiano L2 la rappresentazione del proprio repertorio linguistico sul corpo umano. Può spiegarci in cosa consiste l’attività e quali conclusioni ha tratto da questa esperienza, svolta insieme ai suoi studenti di tante nazionalità e con tanti vissuti diversi?

Ho sviluppato l’attività sulla silhouette presa a prestito, come ho spiegato nell’articolo pubblicato su Lend, dall’idea di uno studioso tedesco, nel corso di molteplici attività laboratoriali nei miei corsi di L2 (e anche in corsi di Licenza Media per adulti, quindi anche con studenti adulti italiani). Si tratta di far emergere, in ogni studente, la consapevolezza di quale sia il proprio repertorio linguistico, coscienza che spesso è latente e che questa attività aiuta a far emergere invece con chiarezza. In una fase iniziale chiedo agli studenti di stendere un elenco delle lingue della propria vita, sia quelle che appartengono alla propria competenza attiva che passiva, sia le lingue appena sfiorate, amate, desiderate ma non apprese, quelle dimenticate, quelle di cui, per qualche motivo, si conoscono o ricordano solo alcune parole.

Gli studenti vengono poi invitati a trasferire il repertorio linguistico che hanno individuato ( spesso riemerso là dove non lo credevano esistente o possibile) sulla figura umana di cui hanno il modello, collocandole dove meglio credono e aggiungendo un colore se lo desiderano.Vi è poi un momento di condivisione libera della rappresentazione di ognuno. Si tratta del primo passo verso una AL narrativa e sicuramente è un’ importante presa di coscienza delle lingue che fanno parte della nostra vita e di quale sia la loro influenza sulla costituzione della nostra identità.

In questo blog abbiamo riportato gli opposti punti di vista di due grandi scrittori: Luis Sepúlveda considera la lingua la sua unica vera patria; Wole Soyinka ritiene che le lingue siano solo mezzi di comunicazione perfettamente intercambiabili. In base alla sua esperienza, quanto conta la lingua (o le lingue) per definire la propria identità?

Rispondo citando un passo di Eleonora Salvadori ( “Narrare le nostre lingue” in Anfosso, Polimeni, Salvadori ( a cura di) Parola di sé, Le autobiografie linguistiche tra teoria e didattica, Franco Angeli, 2016, pp.83-84): “ L’attività autobiografica induce a muoverci alla ricerca di una coerenza e di un progressione logica nelle esperienze realizzate: […]…è attraverso questo scavo che ci modelliamo un’identità, perché la nostra storia sarebbe una giustapposizione di esperienze frammentarie se la memoria non ci permettesse di ri/costruire un senso che le articola e le lega[…]. Narrarsi significa quindi identificarsi […] e l’auto-narrazione è un elemento fondamentale della costruzione di sé.

L’Italia vanta un numero vastissimo di dialetti, che rappresentano un aspetto importante dell’autobiografia linguistica di quasi tutti gli italiani. Pensa che sia possibile difenderli, o dobbiamo accettare la loro progressiva scomparsa come un processo inevitabile?

Il dialetto, come spesso appare nelle rappresentazioni dei mie studenti italiani ( ma anche in quelle degli studenti stranieri per i quali, a volte, è il primo italiano che apprendono) è la lingua madre per molti italiani. È la lingua del cuore, degli affetti, delle emozioni. Dà colore a certi aspetti della vita che non si potrebbero esprimere con altrettanta efficacia ricorrendo ad altri codici linguistici. I dialetti vanno tutelati, protetti, difesi, conservati come un prezioso richiamo alle radici profonde insite in ciascuno di noi. Come docente lavoro sempre nella direzione della valorizzazione dei dialetti, da ritenersi, a tutti gli effetti, come una seconda (o a volte prima) lingua all’interno del nostro repertorio linguistico.

Infine, la consueta domanda personale: come è approdata all’insegnamento dell’italiano come L2 e quali sono per lei gli aspetti più entusiasmanti e le maggiori difficoltà del suo mestiere? E cosa consiglierebbe ai giovani che si affacciano a questo mondo?

L’italiano L2, per chi, come me, ha vissuto tutta la propria esperienza professionale nei CTP (oggi CPIA) e cioè nel campo dell’istruzione degli adulti, è entrato a far parte della didattica in modo naturale, quando i CTP, alla fine degli anni 90, hanno cominciato ad accogliere una sempre più consistente utenza straniera. Il contatto con apprendenti adulti di età diversa, che parlano lingue diverse, che esprimono culture e hanno vissuto esperienze diverse, rappresenta per i docenti uno stimolo continuo ad approfondire le proprie conoscenze per meglio comprendere il mondo e i vissuti esperienziali dei propri studenti. Si tratta di una didattica viva, dinamica, in mutamento quotidiano, che scorre da un adulto (il docente) ad un altro adulto (l’apprendente) in un sorprendente scambio di esperienze di vita, di lingue e di culture e che porta ad un processo di crescita continua reciproca. E perciò genera immensa soddisfazione. Le difficoltà insite in questo lavoro sono quelle che si rilevano comunemente nell’istruzione degli adulti: l’eterogeneità degli studenti ( diversissimi per età, scolarità, lingue madri, esperienze di vita e professionali), la fluttuazione nella frequenza, le iscrizioni tardive, gli abbandoni in itinere: per cui la didattica deve essere improntata a criteri di grande flessibilità e sapersi adattare di volta in volta alle variazioni, anche consistenti, che vanno via via caratterizzando il gruppo classe.

Ai giovani che si affacciano su questo mondo consiglierei di non smettere mai di studiare, di approfondire , di esplorare: e di essere infintamente curiosi delle lingue dei propri studenti, delle culture che queste lingue rappresentano, di dare sempre spazio, all’interno della loro aula, ai momenti di scambio, di esplorazione e di conoscenza dei mondi altri.

 

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Antonella Strazzari è docente di materie letterarie e in particolare di Italiano L2 da quasi 30 anni e ha svolto tutta la sua vita professionale nelle “150 ore”, poi CTP e oggi Centri Provinciali di istruzione degli Adulti. Parallelamente all’attività di docenza, si occupa da alcuni anni di autobiografia linguistica, come parte del Gruppo Lingue di CEM (Centro Educazione ai Media) di Pavia. È autrice dell’articolo Lingua mia, mia madre. L’AL in una classe di adulti italiani e stranieri. Diario di bordo, in Anfosso, Polimeni, Salvadori (a cura di) Parola di sé, Le autobiografie linguistiche tra teoria e didattica, Franco Angeli, 2016. Il suo lavoro sulle Autobiografie Linguistiche è inserito nell’ambito delle attività del Gruppo Lingue, promosse da CEM di Pavia, sotto la guida della professoressa Eleonora Salvadori, fondatrice dell’associazione CEM e promotrice di attività educative e progetti di valorizzazione del plurilinguismo, che ha gestito progetti europei e ha curato la pubblicazione di numerosi saggi sul Plurilinguismo e Multiculturalismo in Europa.

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