I conlang, lingue (da) serie

jason-momoaIn principio fu Mel Gibson con il latino e l’aramaico di The Passion e il maya yucateco di Apocaplyto. Ma resuscitare lingue morte evidentemente non funziona troppo al cinema, perché l’accoglienza del pubblico fu piuttosto tiepida. Invece, le lezioni di dothraki e di valyriano, le due neolingue del Trono di Spade, hanno già migliaia di visualizzazioni in YouTube e un seguito di appassionati decisi a dominarle.

Come nascono queste lingue? E cos’hanno in comune il klingon di Star Trek, l’elfico del Signore degli anelli e il na’vi di Avatar?

Tecnicamente le lingue artificiali, o conlang, si definiscono come “lingue create dall’ingegno consapevole attribuibile ad una sola persona o ad un gruppo di lavoro che ne sviluppa deliberatamente la fonologia, la grammatica e il vocabolario”.

Fino a tempi recenti il conlang più famoso era l’esperanto, una lingua pianificata per favorire la comunicazione internazionale. Oggi però questa tecnica costituisce una delle novità non tecnologiche più interessanti del cinema e delle serie TV, il cui scopo non è solo dare una maggiore verosimiglianza alla narrazione, ma anche fidelizzare il pubblico e renderlo parte di un circolo di “iniziati” che condivide un proprio codice inaccessibile a chi non ne fa parte. I conglan costruiscono e potenziano l’identificazione dello spettatore con gli aspetti più evocativi ed esotici di civiltà e culture, che diventano così ancor più reali. In quest’ottica non è difficile capire come mai gli orchi del Signore degli anelli (2001-2003) grugnissero in inglese e quelli di Lo Hobbit (2012-2014) nella lingua di Mordor, proprio come aveva scritto Tolkien (linguista lui stesso): in appena dieci anni l’industria cinematografica ha capito che era in atto un’evoluzione nel pubblico, sempre più sofisticato e attento a ogni dettaglio che contribuisce alla creazione di un mondo.

David J Peterson InlineOggi il maestro indiscusso di conglan è David J. Peterson, il linguista del Trono di Spade, che nel suo libro The Art of Language Invention spiega come le lingue artificiali (o meglio, inventate), siano in tutto e per tutto simili a quelle naturali: vocabolario, grammatica e persino una tendenza all’evoluzione. Nel libro Peterson racconta che la sua vocazione nacque guardando un grande classico di fantascienza, Il ritorno dello Jedi, e in particolare le scene in cui la principessa Leila parla in huttese con Jabba. Nel film le parole pronunciate dai personaggi erano più o meno sempre le stesse, solo rese in modo diverso dai sottotitoli, e il quattordicenne linguista in erba capì subito che qualcosa non andava. Da quel momento Peterson (classe 1981) ha studiato ben venti lingue, dall’esperanto all’hindi passando per il babilonese, e ha fondato la Language Creation Society con alcuni colleghi di Berkley. Nel 2007, a soli ventisei anni, è stato scelto tramite un concorso aperto a tutti per ideare le lingue di una delle serie TV di maggior successo degli ultimi anni, il Trono di Spade (e in curriculum ha anche tre lingue della serie di fantascienza Defiance e una per il film Thor: The Dark World). Per realizzare i suoi conlang è partito dalle poche parole ideate dall’autore della saga, George R. R. Martin, e ne ha inventate oltre 3.000. “Ma in ina lingua naturale sono decine di migliaia” sottolinea il linguista. “Servirebbero anni e anni di lavoro per crearle”. O forse l’evoluzione naturale farà la sua parte, dato che oggi il dothraki è parlato da centinaia di persone, grazie anche al manuale messo in commercio dal suo stesso ideatore?

Come si diventa conlanger?

Nel suo libro Peterson spiega che il primo passo è studiare tutte le lingue naturali possibili, meglio se di ceppi diversi, e approfondirne le rispettive strutture.

Il pubblico sa cogliere la differenza tra un linguaggio di cattiva qualità e uno con una costruzione verosimile, e questa è la chiave per creare un universo linguistico appassionante.

avatarAnche Paul Frommer, l’ideatore del na’vi di Avatar, e Marc Okrand, il padre del klingon di Star Trek hanno raccontato di essere partiti da una manciata di parole inventate rispettivamente da James Cameron e James Dohan (l’attore che interpretava Scotty) per la ricerca fonetica e fonologica, seguita poi dalla messa a punto di morfologia e sintassi. Un procedimento molto più approfondito di quello usato da Tolkien che inventò (tra le molte altre) la nobile lingua elfica Sindarin modellandola sul gaelico, quindi su una lingua strutturalmente molto simile a quella di partenza. La differenza con il dothraki, un idioma complesso e lontanissimo dall’inglese, basato sull’inflessione (come il giapponese) e sui casi dei sostantivi (come il latino o il greco), con tanto di scioglilingua e metafore proprie (Hash yer dothrae chek?, che letteralmente significa “Hai cavalcato bene?” assume il significato di “Come stai?”) è davvero enorme.

Ma non tutto è tecnicismo, come svela lo stesso Peterson.

Ho reso omaggio a mia moglie Erin in ogni lingua. In dothraki, ad esempio, il suo nome significa “gentile”, da cui derivano erinat (essere gentile) ed erinak (brava donna). E quando morì il mio gatto Okeo, decisi che il suo nome avrebbe assunto il significato di amico.

Con confessioni così, i fan della serie sono pronti per scrivere il primo dizionario etimologico di dothraki!

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