Daniele Giuliani, adattatore per vocazione

DanieleForse il suo viso non vi dice molto, ma la sua voce vi è senz’altro familiare. Classe 1982, Daniele Giuliani è uno dei giovani doppiatori più richiesti dalla TV e dal cinema italiani: ha dato voce a Felix nel mitico Ralph Spaccatutto e a Jon Snow del Trono di Spade, all’arrivista Jake Moore/Shia LaBeouf in Wall Street – Il denaro non dorme mai e all’apprensivo Paura di Inside Out, ruolo per il quale ha vinto il Microfono d’oro 2015. Wall Street invece gli è valso il Premio Andrea Quartana,
particolarmente sentito perché dedicato a un suo collega, ma soprattutto caro amico, scomparso a soli ventotto anni.

Ha iniziato a tre anni (conserva ancora l’assegno del suo primo turno: 48.000 lire) ma a tredici ha smesso perché preferiva passare i pomeriggi a giocare con gli amici. Poi un giorno, venticinquenne, ha accompagnato suo padre Massimo a un turno… e quando ha messo piede in sala ha capito che non ne sarebbe più uscito.

Eppure, Daniele sa che la sua vera vocazione (“in fondo in fondo”, specifica) è la scrittura. Per questo motivo, da anni, si occupa anche di adattamento e dialoghi di film e serie tv; ed è proprio su questo aspetto del suo lavoro che lo intervistiamo.

Per te la lingua italiana è uno strumento fondamentale. Cosa fai per mantenerti sempre “allenato” dal punto di vista linguistico?

La lingua italiana dovrebbe essere uno strumento fondamentale al di là del lavoro. Purtroppo si sta piegando a una omologazione (forse naturale) che la sta riempiendo di termini stranieri. E finché i termini nascono in un’altra lingua, lo posso capire. I social media sono un concetto anglofono, che noi abbiamo importato. Lo stesso hamburger, è un termine straniero. Stage è un termine francofono, e via dicendo. Ma non sono molto orientato all’utilizzo di weekend (per citarne uno), perché abbiamo un corrispettivo in italiano, che non va accantonato (è tanto brutto dire “fine settimana”?). Ma d’altra parte, si sa, siamo tutti un po’ esterofili.
Personalmente, per mantenermi “allenato” leggo. Mi piace, mi concilia con me stesso. Sono un amante dei romanzi, dei gialli, ma anche di un genere più noir (uno dei miei libri preferiti in assoluto è Trilogia della città di K). Ma se dovessi scegliere un testo da portarmi sulla fatidica isola deserta (che ormai sarà ultra-popolata) sceglierei un testo qualunque di Isaac Asimov.
Anche guardare film o serie tv mi stimola. Ma bisogna stare attenti: anche lì, ormai, la lingua italiana sta mutando in maniera evidente e rapida. Stiamo italianizzando un sistema linguistico che non ci appartiene. Faccio un esempio: nei film sento dire spesso “Ciao, amico.” Che è una traduzione del più classico dei “Hi, man”. Ma quell’ “amico” non fa parte della nostra cultura. E’ un modo di dire (e di fare) straniero. Noi non salutiamo le persone che conosciamo dicendo “ehi, ciao amico”. Eppure, nei film, è pieno di cose del genere. Faccio un appello: difendiamo la nostra lingua. (Lo dice uno laureato con una tesi sulla traduzione interculturale.)

Quali sono le maggiori sfide o difficoltà che trovi nell’adattare all’italiano serie TV straniere?

La sfida più difficile è proprio ricostruire un linguaggio che traduca uno status sociale piuttosto che un altro. Non tutti i personaggi di un film parlano nello stesso modo, ovviamente. Non tutti utilizzano le stesse costruzioni linguistiche. Ci sono personaggi che vengono dal Bronx e altri da Soho: non possiamo pensare di adattarli nello stesso modo. Faremmo un pessimo lavoro. Ricordiamoci l’estrazione sociale, lo stato d’animo. Poi bisogna stare attenti al ritmo che è stato preso dall’attore, perché i ritmi della comunicazione parlata raccontano emozioni forti e chiare, e non possiamo non tenerne conto. Anche perché le emozioni violente ci fanno esprimere in un modo piuttosto che in un altro.
Poi dobbiamo considerare il periodo storico. Ho adattato una serie, poco tempo fa, ambientata nella metà dell’800. Ovviamente l’utilizzo di determinati termini (scientifici, oltretutto, in quel caso) era vincolato a una serie di variabili che oggi non avremmo tenuto in considerazione.
Infine, oltre a tutte queste difficoltà, nascono problematiche di tipo linguistico. Giochi di parole, incomprensioni dovute a termini che in inglese (o francese, o tedesco, o giapponese, o quello che volete voi) hanno una doppia valenza. Faccio un esempio: qualche anno fa uscì un film in cui la protagonista si chiamava (in originale) Summer. E c’era tutto un gioco di parole con “summer” (volutamente minuscolo: estate). Vi rigiro la problematica: voi come l’avreste risolta?

Quanto è importante per te la revisione linguistica del tuo testo e quali sono gli aspetti che curi maggiormente?

La revisione del testo è un momento fondamentale del mio lavoro di adattatore. Ognuno ha un metodo personale, e so bene che non esiste un modus operandi giusto o sbagliato. Esiste un modus operandi però funzionale alla persona in questione. Io personalmente, ad esempio, quando finisco la seconda stesura del testo, mi rileggo tutto il copione senza guardare il video di riferimento, così da capire se ho scritto un copione in cui i personaggi effettivamente “si parlano” o no. Mi dico sempre che se un copione è leggibile e fluido anche senza guardare il video, allora funziona. Poi cerco di dare un’occhiata ulteriore ai registri personali, e ai dettagli che caratterizzano i personaggi: Tizio non usa mai quella parola per un determinato motivo, Caio dà del “tu” a tutti, Sempronio non sa dire la R, come visto nella prima scena, quindi evita di usare parole con la R…
Infine, dulcis in fundo, faccio una cosa che mi insegnò la mia docente di lettere al liceo: rileggo il copione al contrario. Questo mi aiuta a trovare refusi o errori di ortografia (ai quali, normalmente, pensa Word).

Come adattatore hai una tua cifra stilistica o idiosincrasia?

In linea di principio credo che un adattatore non vada riconosciuto per uno stile. Perché non sta scrivendo un testo di sua sponte, sta adattando, per l’appunto, una cosa già scritta. Poi, ovviamente, c’è il gusto personale, ci sono le scelte che condizionano e indirizzano un adattamento in un modo o in un altro. Ma sarebbe sbagliato, a parer mio, utilizzare una cifra stilistica ben precisa. Dobbiamo utilizzare la cifra scelta in originale. Se ci riusciremo saremo stati bravi. Altrimenti no. (Poi, ripeto: io non farò mai dire a un personaggio “ehi, ciao, amico”… perché, sì, è vero, in originale lo dice, ma riportando tutto fedelmente nella nostra lingua, faremmo una versione e non più una traduzione).

Spesso ti capita di adattare per il doppiaggio traduzioni realizzate da altri. Quali caratteristiche deve avere la traduzione ideale per te e quanto è importante la collaborazione con il traduttore?

La traduzione ideale (per me, eh!!) è una traduzione leggibile, comprensibile, fluida. Un testo che sia legato all’aspetto letterale, ma non ne sia schiavo. Mi piacciono i traduttori che mettono note a piè di pagina, per spiegarmi determinati aspetti che reputano importanti.
Altro esempio: in originale viene usata una frase idiomatica (che quindi non va tradotta assolutamente in modo letterale). Un bravo traduttore secondo me deve mettere una nota nella quale spiega tutto. E poi, anche lui (o lei) deve assolutamente tenere conto di tutto quello che ci siamo detti in precedenza: registri, estrazioni sociali, ecc. Da una buona traduzione spesso viene un buon adattamento.

Qual è la serie o il film che hai adattato e/o doppiato con maggiore soddisfazione?

Il film che ho doppiato con maggiore soddisfazione è Wall Street perché i provini (come sempre succede in casi del genere) furono mandati in America, e a scegliere fu proprio Oliver Stone in persona (custodisco gelosamente la mail nella quale ci sono le motivazioni per cui aveva scelto me piuttosto che altri…).
Poi sono legato al Trono di Spade, ma anche a Ralph Spaccatutto. E’ stato il primo cartone animato veramente importante che ho doppiato, e per me che ho una figlia è stato bello.
VictorCome dialoghista sono legato a Penny Dreadful, una serie a cui ho lavorato anche come doppiatore, che aspettavo da mesi e seguivo online. Una serie pazzesca! Ma la serie più difficile che abbia fatto, probabilmente è Jane The Virgin: richiede un’attenzione psico-fisica non indifferente, dal momento che porta con sé tutte le problematiche che un adattatore può incontrare: giochi di parole continui, estrazioni sociali molto diverse fra i personaggi, ritmi forsennati.

Quando guardi un film o serie TV riesci a essere semplicemente uno spettatore o ti fai prendere dalla deformazione professionale?

Eheheh… la deformazione professionale ormai mi rovina i film! A parte gli scherzi, è chiaro che ogni volta che guardo un prodotto tendo a riconoscere i colleghi (spesso riesco a capire anche il direttore di doppiaggio, in base ai doppiatori che ha scelto), e penso che questo sia normale. Diciamo che l’amarezza viene quando, ad esempio, nei film gialli scopro l’assassino dopo venti minuti. Il trucco? Facile: si vede un personaggio apparentemente secondario che dice due battute e va via. Quel personaggio secondario, però, è doppiato da un “super-doppiatore”… risultato? E’ l’assassino. Per il semplice fatto che al super-doppiatore non fanno dire una battutina di servizio in campo lungo. Ah… i trucchi del mestiere!

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