Bruno Osimo: la traduzione è un conflitto ideologico

I traduttori sono destinati per loro natura a rimanere figure ambigue, spesso incasellate sbadatamente nella categoria “lingue et similia”, in mancanza di definizioni migliori. Forse per questo si pongono sempre tanti interrogativi: traduttori si nasce o si diventa? Su quali attitudini innate dovrebbero contare e quale consapevolezza possono acquisire per svolgere al meglio il proprio mestiere? Ma soprattutto: chi sono i traduttori, e cosa fanno davvero?

Bruno Osimo, traduttore, traduttologo ed esperto mondiale di tampònico offre una sua risposta a queste domande, spaziando tra teoria della comunicazione, antropologia applicata e tradizione ebraica laica, fino ad arrivare alla scuola filosofica ermeneutica di Limbiate-Poggio Bustone. E delinea per noi la figura del traduttore come una persona intrinsecamente ottimista, amante della mediazione… e presuntuosa quanto basta per assumersi il semplice compito di dare un senso alla realtà.

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Traduttore di grandi scrittori russi e americani (tra gli altri), docente di traduzione, autore di saggi sulla traduzione e scrittore: per noi traduttori lei è quel che si dice un monumento. Eppure il suo interesse per la traduzione non è nato in ambito accademico, bensì dall’incontro con una lingua molto speciale: il mammese o tampònico. Può raccontarci com’è andata?

Il mio primo romanzo a cui lei benevolmente allude si basa su questo: avere una relazione simbiotica con la madre ti può portare ad assumere il punto di vista suo, creandoti confusione sul tuo, fino al punto di non sapere più bene se un dato desiderio è autentico o indotto. Nel romanzo tale relazione viene sdrammatizzata in chiave ironica, come tra l’altro è tipico della tradizione ebraica laica. Filtrati attraverso la lente del tempo, i peggiori imbarazzi del protagonista cercano di dissolversi in episodi comici. Devo ammettere che la parola «mammese» credevo di averla inventata io, invece ho poi scoperto che gli psicologi di tutto il mondo la usano da tempo (in inglese si chiama per esempio motherese). Il tampònico invece credo proprio sia un proto-testo. Naturalmente il tutto ha attinenza anche con la traduzione, dove in linea di principio c’è sempre un conflitto ideologico, di punti di vista sul testo e sui temi che vi sono trattati tra autore del prototesto e autore del metatesto. Popovič la chiama «traduzione polemica». È innegabile che la persona traducente sia autrice (del metatesto) e non trovo particolarmente interessanti le discussioni su questo, che viene spesso usato come titolo per dibattiti simposi eccetera organizzati da persone forse non molto aggiornate. Popovič oltre quarant’anni fa ha ravvisato la scrittura di secondo grado (metatestuale) non solo nella traduzione, ma anche in altri fenomeni in linea di principio analoghi, basati sullo stesso modello. E d’altronde anche l’autore di primo grado è già persona traducente. L’originale dell’autore di primo grado è la vasta realtà interna ed esterna, laddove l’originale della persona traducente è verbale, ed è un testo ben preciso, circoscritto. La scrittura di primo grado è una prova a stimolo aperto e a risposta aperta, mentre la scrittura metatestuale (anche quella traduttiva) è una prova a risposta aperta e a stimolo chiuso, perciò richiede maggiore abilità perché gode di minore libertà. Penso che l’espressione «scrittura di secondo grado», oltre a essere ineccepibile dal punto di vista teorico, renda anche bene l’idea del nostro mestiere. La persona traducente è facilitata dall’avere già una selezione della realtà da tradurre (non può mancarle la cosiddetta ispirazione), ma in compenso ha la difficoltà di non poter scegliere il materiale da affrontare.

Nel suo ormai classico Manuale del traduttore (Hoepli) afferma che noi del mestiere siamo il “terzo incomodo” di un testo. Secondo lei i traduttori sono professionisti imprescindibili, utili intrusi o figure potenzialmente superflue nel mondo ipertecnologico di oggi?

 Le persone traducenti sono innanzitutto mediatori culturali. Purtroppo a mio parere nella nostra società questo è un fatto che tende a essere ignorato, negato. La nostra funzione solitamente viene relegata nel minestrone “lingue et similia”, che ahimè è l’unica categoria riconosciuta tra quelle vagamente affini. La semiotica, nonostante il passaggio nemmeno troppo veloce di Umberto Eco, in Italia non si sa bene cosa sia (è una cosa che si mangia?), è una parola che si usa nelle barzellette per segnalare qualcosa di astruso, astratto, da scienziato perditempo. E i due fenomeni – negazione della funzione culturale della traduzione e negazione della semiotica – sono necessari uno all’altro. Basti pensare che nel dizionario di Tullio de Mauro alla voce «abduzione» si legge «nella filosofia di Pierce [sic], primo momento del processo induttivo [sic] in cui viene scelta un’ipotesi per spiegare determinati fatti empirici». In altre parole quello che è considerato uno dei massimi boss del settore riesce in una sola riga a storpiare il nome di Peirce facendolo diventare il capostipite del piercing, e a confondere l’induzione con l’abduzione, che, per intenderci, è un po’ come confondere l’entrata con l’uscita di (in)sicurezza. E a confondere le congetture (ipotesi scientifiche) con le spiegazioni (credenze). La traduzione non c’entra nulla con le lingue, tant’è vero che si traduce anche all’interno di una stessa lingua: basta modificare il tipo di destinatario, oppure avere idee diverse su qual è la cosa importante di un testo, la dominante. Semmai c’entra col linguaggio, inteso a prescindere dalle singole lingue, come fenomeno di specializzazione della lingua in un certo contesto. Accetterei la prima delle sue definizioni, «professionisti imprescindibili», che però temo possa lasciare fuori un dato fondamentale: che prima di tutto siamo esseri umani perfettibili: non siamo scienziati in camice bianco che con mascherina e guanti di lattice maneggiano provette contenenti liquidi sterili senza contaminarli. Forse assomigliamo di più a persone che cucinano sorseggiando vino o a poeti ebbri o a innamorati deliranti. Quello che sto cercando di dire è che la coltura della persona traducente contamina eccome. Dopo avere conosciuto la persona traducente, il testo non sarà mai più lo stesso. E mi riferisco non solo al testo tradotto, il metatesto, ma anche al cosiddetto originale, il prototesto che, alla luce delle interpretazioni che sono state date in traduzione, si presenta sotto una luce spesso del tutto nuova, al punto di ispirare l’autore di primo grado stesso, di fargli scoprire qualcosa di nuovo su di sé. Per questo motivo, quando una persona traducente, per ostentare la propria ‘professionalità’, si compra metaforicamente la ventiquattrore, s’irrigidisce in un completo scuro, non racconta nulla della propria vita privata e organizza convegni al Grand Hotel, scusate ma mi scappa un po’ da ridere.

Nei suoi scritti sostiene che il traduttore debba essere anche un antropologo, profondo conoscitore e interprete in senso stretto della cultura di cui traduce la lingua. Da quali altre discipline dovrebbe attingere un bravo traduttore a suo avviso, e perché?

La linguistica per decenni ha tentato di darci l’illusione che per studiare la traduzione fosse sufficiente essere esperti di lingua. Peccato che la linguistica si occupi più di semantica che di semiotica, ossia più di significato che di senso. A noi traduttori invece interessa esclusivamente il senso, cioè siamo degli esperti di contesto e di differenza, non di nozioni accademiche. Per creare la tabella Valutrad per il raffronto prototesto-metatesto ho usato categorie semiotiche, perché quelle linguistiche non mi servivano. A cosa serve sapere se un aggettivo dell’originale diventa nel metatesto un verbo? A cosa serve sapere che qualcosa è un calco? Ci sono calchi che stravolgono il senso e calchi che creano solo un senso di goffaggine, e per la diversa ricaduta una traduzione è fondamentale distinguerli. Per un’analisi traduttiva interessa sapere come cambia la percezione del lettore, che è influenzata non dalle categorie grammaticali ma da qual è il senso percepibile nel nuovo contesto. Quindi la semiotica è fondamentale.

L’antropologia viene in soccorso per l’esplorazione e la decodifica delle culture altrui: di fatto una persona traducente è, a sua insaputa, un antropologo, la cui descrizione della cultura altrui avviene per via indiretta anziché esplicita. La psicologia è fondamentale per tutta la questione del linguaggio d’intermediazione mentale, centrale per qualsiasi traduzione, e anche il concetto di ‘bias cognitivo’ è produttivo, perché è lo stesso che affligge – oltre a chiunque pensi – l’animale traducente. È essenziale la teoria della comunicazione (non spiego perché per non offendere l’intelligenza dei lettori), a partire da quella matematica di Shannon e Weaver del 1949. La logica è essenziale. Ho dimenticato qualcosa?

Ha scritto un bellissimo libro dal titolo Dizionario affettivo della lingua ebraica (Marcos y Marcos), una sorta di autobiografia errante, ironica ed emotiva ispirata dal lessico della sua vita. Quanto contano per un traduttore il proprio vissuto e il potere evocativo di determinate parole nel dare nuova voce a un testo?

Una volta accettato che le parole (le frasi, le locuzioni, le sequenze, le cadenze eccetera) non sono sterili, austeri pilastri del significato, ma brodi di coltura del senso, otto volanti del contesto, acrobate della connotazione, credo sia abbastanza coerente inserire nello schema del processo traduttivo, oltre a cultura emittente e ricevente, anche la cultura traducente, intesa come visione del mondo della persona traducente. Qualsiasi testo, passando dalla testa di un mediatore culturale, ne viene assorbito, rielaborato, ricodificato. Per scomporre una frase nel suo senso occorre un linguaggio d’intermediazione, il nostro linguaggio mentale che, essendo nonverbale e continuo, contiene una dose di intraducibilità di principio nei confronti della lingua, la quale di contro è linguaggio verbale e discreto. È abbastanza intuibile che, nel fare ciò, al livello del linguaggio interno l’ideologia della persona traducente sia coinvolta in modo profondo. Tale coinvolgimento è tanto maggiore, quanto la persona ignora quello che le sta capitando. È un coinvolgimento spesso anche in parte inconscio. Quindi l’ideologia della persona traducente – intesa in senso lato come mentalità, come sistema di credenze ovvie, scontate, non sempre autocoscienti – entra pesantemente nel processo traduttivo, anche quando, pur non prendendo le forme macroscopiche e razionali del “Guarda questo cosa scrive!”, è comunque un processo di analisi e filtro nel background della propria mente.

È uno dei principali studiosi di traduzione contemporanei e ci ha raccontato di essersi interessato all’argomento fin dalla più tenera età, perciò nessuno meglio di lei può rispondere a un’annosa domanda: traduttori si nasce o si diventa?

Grosso modo ritengo che in qualsiasi comportamento sia presente una componente di creatività individuale e una componente di influenza ambientale. E quindi anche nel comportamento traduttivo credo che sia così. A formare l’attitudine alla traduzione possono probabilmente contribuire varie situazioni o esperienze anche famigliari o ancestrali. Essere secondogeniti secondo me aiuta. Appartenere a una tradizione di popolo che tendenzialmente è sempre in fuga e ha bisogno di adattarsi a culture sempre nuove può essere utile. Avere un carattere ottimista, e una mentalità da mediatori, nel senso di sentire l’esigenza di spiegare a due persone che stanno litigando che in realtà alla base del loro conflitto c’è un malinteso, penso sia indispensabile. E ci vuole anche un po’ di presunzione, presunzione di capire o di avere capito, di essere in grado di capire anche a nome e per conto di tutti quelli che accederanno solo al frutto della tua interpretazione. Dal momento che da ventotto anni insegno traduzione alla Civica «Altiero Spinelli» di Milano, ritengo che in parte lo si diventi, altrimenti insegnare sarebbe inutile. Può darsi che lo sia: noi comunque ci proviamo. Al di là dell’attitudine, che deve già esserci, traduttori si diventa imparando la tecnica e prendendo consapevolezza del processo. E vedendo come i prof. risolvono i problemi: per questo sono un fan del fatto che i testi da proporre agli studenti siano sempre diversi, e mai tradotti prima dal prof., in modo da mostrare “in diretta” durante le lezioni come reagiamo noi alle difficoltà, cosa consultiamo, quali dubbi ci facciamo venire e come ne usciamo. Un po’ come andare a bottega da un artigiano.

Mi permetta di concludere queste mie risposte forse troppo seriose con una citazione erudita, che spero i nostri lettori sappiano cogliere appieno, tratta dalla scuola filosofica ermeneutica di Limbiate-Poggio Bustone, e che penso possa essere un ottimo viatico per ogni essere vivente, e per la persona traducente in particolare: «la verità è solo un’immaginazione/che una certezza propria non ha/ti puoi avvicinare e questo servirà/ma è sempre un’interpretazione».

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Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. Vive tra Milano e Deiva Marina. È sposato da un terzo di secolo, ha due figli in giro per il mondo. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Gates, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Sander, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di scienza della traduzione e traduzione russa e inglese presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha scritto il Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Per la stessa collana e per altre ha curato e tradotto studiosi della traduzione originari dell’Europa orientale come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Ha pubblicato i romanzi Dizionario affettivo della lingua ebraica (2011), Bar Atlantic (2012), Disperato erotico fox (2014) con Marcos y Marcos. Il prossimo, sugli anni Settanta, è atteso per il gennaio 2018. Le sue attività preferite sono carezzare cani e gatti, correre, cucinare, fare la spesa, insegnare, nuotare, scrivere bevendo l’aperitivo seduto al tavolo di un bar, ballare il liscio, infrangere il politically correct.

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