Un anno di blog in 7 esperienze

Open flying old books

Dopo una rigenerante pausa invernale a base di hygge il blog riparte con un bilancio personale: il 1 gennaio 2016 nasceva ufficialmente Linguaenauti e ora eccomi qui a tentare di tirare le somme di quest’anno intenso. Come ho già raccontato, il blog è nato da un’idea cullata da tempo e infine realizzata in un momento di grandi cambiamenti e voglia di incanalare le energie in qualcosa di nuovo che, seppur virtualmente, mi aprisse le porte verso un altrove fatto di idee, scambi e incontri. Le spinte sono state tante, come la volontà di arricchire di senso il mio lavoro, condividendo riflessioni ed esperienze per non perderle nell’accavallarsi dei giorni, o il desiderio di esplorare il mio campo di interessi con una rotta da seguire (per quanto incerta e misteriosa come la mappa di Piri Reis che campeggia in cima al blog).

Ma dove mi ha portata quest’anno di navigazione? La ragione del viaggio è viaggiare, dicono i saggi, e questo vale anche per un blog che non si pone una meta ma desidera solo esplorare i dintorni… e magari un po’ più in là. Quale sia l’approdo ancora non lo so; nel frattempo ho raccolto sette punti saldi di questa esperienza, sette cose che mi sono successe o che ho capito, e che si riassumono in un unico concetto: scrivere, di qualsiasi cosa e in qualsiasi modo, è sempre un’attività che ti porta a cercare, navigando a vista, intorno e dentro di te.

1. Scrutare l’orizzonte

Per aprire un blog, anche da dilettanti, non basta avere un’idea e nemmeno un paio: bisogna caricare la stiva, per così dire, e rifornirla spesso. E non è affatto male: l’impegno del blog ti spinge a guardarti intorno alla ricerca di nuove suggestioni, accende continuamente lampadine e aumenta il tuo interesse selettivo spingendoti ad approfondire una quantità di temi che magari fino a poco prima catturavano solo pochi istanti della tua attenzione. È senza dubbio uno stimolo a cercare di diventare più competenti, più informati e anche più attenti a cosa interessa ai tuoi “simili”… e così portare alla luce nuove vene aurifere di conoscenze e spunti.

2. Conoscere “nuove genti”

Credo sia l’aspetto più positivo del blog e senz’altro uno dei motivi per cui l’ho aperto: procurarmi un tramite per conoscere altre persone, sia virtualmente che nella realtà. Un blog ti dà una certa visibilità nel tuo ambito, e quest’anno è stato davvero ricco di piacevoli incontri tramite messaggi, mail o telefonate o anche davanti a un aperitivo. E così come qualcuno è stato incuriosito dal blog al punto di contattarmi, io ho potuto usare Linguaenauti come “rompighiaccio” per attaccare bottone durante i corsi di formazione o per rendere reali contatti virtuali.

3. Spingermi oltre

La sezione Con parole loro è per me il vero cuore pulsante di Linguaenauti e quella che più soddisfazioni personali mi ha dato, perché mi ha permesso di avvicinare persone che ammiro e con cui difficilmente avrei potuto dialogare altrimenti. Il blog mi è servito da scudo, o pretesto che dir si voglia, per spingermi oltre la mia comfort zone ed esercitarmi in un approccio più professionale all’universo dei miei interessi e alle creature che lo popolano. E come sempre, quando si esce dalla propria comfort zone succedono cose magiche (a questo proposito, non perdete il post che uscirà il 17 gennaio!).

4. Cantare vittoria e piangere il morto

Il blog in certi casi può davvero rappresentare un’iniezione di autostima, o ancor meglio un pasticcino per l’ego: quando un articolo fa il pieno di letture o riceve commenti positivi sui social non nego che ci si sente davvero bene. Certo avviene anche il contrario: diversi articoli ai quali ho dedicato molto tempo si sono fermati in fondo alla classifica delle letture o non hanno ottenuto le reazioni sperate, generando un po’ di frustrazione. L’inevitabile “socialità” del blog è un’arma a doppio taglio, ma quest’anno mi ha insegnato anche a tenere a bada le reazioni, di qualsiasi segno, e a mettere le sorti del blog in prospettiva.

5. Faticare

Quando apri un blog per piacere personale dovresti essere libero di pubblicare quando vuoi, ma per alcuni (come la sottoscritta) è difficile non obbedire agli ordini autoimposti. Il mio imperativo era pubblicare un post a settimana per gran parte dell’anno e inevitabilmente sono arrivati momenti di stanchezza, in cui un articolo non si decideva a prendere forma, o la gestione del blog mi risucchiava tempo ed energie preziosi, o ancora corpo e mente mi chiedevano di staccarmi una buona volta dal computer. Per non parlare dell’impegno mentale di seguire i social o del desiderio di leggere altri articoli e blog, sommato alla mancanza di tempo per farlo. Sì, curare un blog è anche fatica e a volte viene da chiedersi a che pro; la verità è che tenere fede a un impegno preso, con gli altri o con se stessi, è un ottimo esercizio di autodisciplina che credo non sia mai sprecato.

6. Perdere il pudore

Per chi non è abituato alla visibilità (e chi meglio di un traduttore poco social sa cosa significa?), aprire un blog è un po’ come mettersi a nudo. Le domande “a chi interesserà?”, “ma è proprio necessario raccontare queste cose?”, “non farei meglio a starmene nel mio?” sono all’ordine del giorno e a volte l’esposizione che può darti un blog, per quanto limitata, può farti sorgere molti dubbi. Sì, perché in fondo ogni cosa che scrivi rivela molto di te, dalla scelta dell’argomento al modo in cui lo affronti, e ogni tanto il pudore pre-social prende decisamente il sopravvento. Una volta, però, ho letto che se scrivi chiedendoti cosa penserà la tua vicina di casa non ce la farai mai, e da allora considero il blog come una palestra di autenticità. Ed evidentemente un po’ sta funzionando… altrimenti non avrei mai scritto questo post.

7. Ricevere doni

In quest’anno mi è capitato, con sorpresa e moltissimo piacere, di ricevere due libri grazie al blog. Del primo dei due parlerò a breve; il secondo è un libricino ironico e spiazzante scritto da Gianluca Galante e intitolato Il Calidrino, “Piccolo dizionario degli insulti, delle emergenze e delle moderne meraviglie della meccanica”, che va da Abbastanco (agg. Stanco secondo misura, decotto) a Zoolalia (s.f., catena di fonemi sillabici privi di reale significato emessi all’indirizzo di un animale nel tentativo di stabilire con esso una convincente forma di comunicazione). Una divertente scoperta che senza il blog non avrei mai fatto e che spero facciate anche voi visitando il suo sito.

Blogger all’ascolto, che ne pensate? Raccontateci la vostra esperienza di scrittura nei commenti!

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