Parole nuove, parole della memoria

Quando il prezioso dizionario del lessico familiare si spalanca tutt’un tratto, tra le invenzioni dei bambini e le parole rugose dei nonni.

In questi giorni impazza ovunque la parola petaloso, un neologismo come innumerevoli altri inventati dai bambini che ha fatto letteralmente il giro del mondo grazie all’iniziativa (dolcissima) di una maestra e alla risposta (deliziosamente competente) di una sociolinguista dell’Accademia della Crusca. Un tormentone che ha fatto sorridere tutti e, grazie al potere moltiplicatore dei social network, ha dimostrato quanto sia stimolante la lingua che parliamo, inventiamo, diffondiamo. Ma non solo: ha anche sottolineato quanto sia potente il generativismo, la teoria elaborata dal linguista Noam Chomsky secondo cui ogni lingua contiene un numero finito regole che permettono di apprenderla e modificarla in modo creativo sul modello di formule fisse; consentendo quindi, tra le molte altre cose, di formare agilmente i neologismi. Modelli che i bambini sfruttano continuamente, come sa bene chiunque abbia a che fare con loro: parole come colazionare, pigiamarsi e, naturalmente, petaloso, hanno un dignitosissimo posto nel vocabolario infantile.

I bambini sono specialisti assoluti di grammatica generativa e nessuno meglio di loro sa creare, o ispirare a chi li circonda, parole nuove. Ogni famiglia custodisce un lessico unico, fatto di parole fondamentali, speciali accezioni di termini comuni e appunto neologismi. E spesso queste parole superano la prova dell’infanzia di chi le ha inventate rimanendo nel vocabolario familiare per generazioni, come piccoli tesori di memoria condivisa. Nella mia famiglia d’origine si usa ancora ogni tanto il termine mutandoso, inventato dalla sottoscritta seienne per indicare qualcosa di sconcio; e ormai tra nonni, zii e amici si è diffuso cicciricci, inventato dal mio bambino qualche anno fa per riferirsi alle fibre bianche del mandarino (e credo che il segreto del suo successo sia che ha colmato un vuoto terminologico!). Alcune parole hanno ampliato il loro significato, come topolina, usato da mia madre per riferirsi a me e mia sorella, che ormai nella mia famiglia è diventato sinonimo di bambina; altre ancora hanno cambiato genere, come il gioiellina che mi ripeteva mia zia o il pasticcina con cui mi chiamano oggi i miei due cuccioli.
CRW_8349_3Se i bambini portano o suscitano in famiglia parole sempre nuove, divertenti e super espressive, le parole dei nonni, dal canto loro, sono coperte da una patina antica, che ricorda l’odore vagamente stantio ma al tempo stesso irresistibile dei libri che si sfogliano di rado. Certo, non voglio sminuire le loro capacità di creare neologismi involontari (ormai in famiglia il decespugliatore è diventato ufficialmente il cespugliatore grazie alla nonna), ma apprezzo molto di più le loro parole venute dal passato. Ricordo ancora quando da bambini io e i miei fratelli combinavamo qualche guaio risuonare per la casa il manigoldi! di mio nonno, oppure il marmocchi! quando ci chiamava per la merenda. Sono parole destinate a finire nell’orfanotrofio dei termini desueti, come tante altre che popolano i ricordi della mia infanzia: filibustiere, tregenda, perbacco… ma che rimarranno come un legame familiare indissolubile, parole magiche capaci di evocare ben più di un ricordo, come racconta Natalia Ginzburg:

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico“, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!”

 Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi 1963

Ma ci sono anche le parole di un lessico tutto privato, piccole perle da conservare e, purtroppo o per fortuna, impossibili da condividere. Una delle mie preferite non è legata ai bei tempi andati ma a un giorno di appena qualche anno fa, quando mio nonno, a novant’anni, è diventato vecchio all’improvviso. Il suo viaggio nella nebbia è durato un lungo anno, durante il quale poco a poco, come Benjamin Button, ha disimparato a vivere e ha dimenticato chi fossimo tutti noi. Un giorno ero seduta accanto a lui e ho notato che mi guardava in modo strano, con un’espressione meno assente del solito, gli occhi lucidi di rimpianto e dolcezza.

Sottovoce gli ho chiesto: «Sai chi sono?». Lui ha annuito lentamente e io d’istinto ho aggiunto, come una bambina: «Mi vuoi bene?». I suoi occhi piccolissimi si sono spalancati, il sorriso gli è letteralmente esploso sulle labbra e ridendo ha esclamato: «Altroché!».

Da quel giorno di qualche anno fa la parola altroché è diventata una perla della mia speciale collana: una parola un po’ rugosa, con i capelli bianchi e gli occhiali, che non si usa quasi più, ma che nel mio vocabolario personale (non me ne voglia il dizionario Treccani) sarebbe descritta così:

altroché avv. – Grafia unita di altro che, usato spesso, spec. nel linguaggio fam., come esclamazione energicamente affermativa con il significato di ti voglio bene.

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