Tradurre, secondo Umberto Eco

Il 19 febbraio se n’è andato uno dei grandi protagonisti della cultura mondiale contemporanea. Umberto Eco era il professore che tutti avremmo voluto avere, con quell’aria saggia e bonaria e quel modo di esprimersi coltissimo e al tempo stesso ironico e più attuale di molti intellettuali più giovani di lui.  Alzi la mano chi non ha inserito una sua citazione nella propria tesi di laurea e chi non ha usato il suo famoso libro di consigli per scriverla; chi non ha amato da morire almeno uno dei suoi libri e chi non è riuscito a finirne almeno due. Saggista, romanziere, giornalista, filosofo, semiologo, docente, poliglotta, erudito… per descrivere le sue attività servirebbe una delle sue vertiginose liste, e per raccontare la sua vita moltiplicata in migliaia di esistenze vissute dentro i libri bisognerebbe addentrarsi (e perdersi) in una biblioteca esagonale.
Linguaenauti prova a ricordarlo a modo suo, scegliendo alcuni dei suoi tantissimi volti: quelli di traduttore, correttore di traduzioni, teorico della traduzione e autore tradotto. E decide di lasciar parlare lui riportando una parte dell’introduzione alla raccolta di conferenze sulla traduzione tenutesi a Oxford, Toronto e Bologna dal titolo Dire quasi la stessa cosa. Un libro fatto di domande più che di risposte, una riflessione geniale e illuminante su un mestiere invidiabile:
Tradurre infatti vuol dire starsene a casa, al caldo o al fresco, e lavorare in pantofole, oltretutto imparando un sacco di cose. Perché frequentare le lezioni all’università? (Da Numero Zero, Bompiani, 2015)
SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI (SUD FOTO SERGIO SIANO)
Che cosa vuol dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un’altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire cosa significhi “dire la stessa cosa”, e non lo sappiamo bene per tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi, definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese sostituzioni sinonimiche. In secondo luogo perché, davanti a un testo da tradurre, non sappiamo quale sia la cosa. Infine, in certi casi, è persino dubbio che cosa voglia dire dire. […]
Supponiamo che in un romanzo inglese un personaggio dica it’s raining cats and dogs. Sciocco sarebbe quel traduttore che, pensando di dire la stessa cosa, traducesse letteralmente piove cani e gatti. Si tradurrà piove a catinelle o piove come Dio la manda. Ma se il romanzo fosse di fantascienza, scritto da un adepto di scienze dette “fortiane”, e raccontasse che davvero piovono cani e gatti? Si tradurrebbe letteralmente, d’accordo. Ma se il personaggio stesse andando dal dottor Freud per raccontargli che soffre di una curiosa ossessione verso cani e gatti, da cui si sente minacciato persino quando piove? Si tradurrebbe ancora letteralmente, ma si sarebbe perduta la sfumatura che quell’Uomo dei Gatti è ossessionato anche dalle frasi idiomatiche. E se in un romanzo italiano chi dice che stanno piovendo cani e gatti fosse uno studente della Berlitz, che non riesce a sottrarsi alla tentazione di ornare il suo discorso con anglicismi penosi? Traducendo letteralmente, l’ignaro lettore italiano non capirebbe che quello sta usando un anglicismo. E se poi quel romanzo italiano dovesse essere tradotto in inglese, come si renderebbe questo vezzo anglicizzante? Si dovrebbe cambiare nazionalità al personaggio o farlo diventare un inglese con vezzi italianizzanti, o un operaio londinese che ostenta senza successo un accento oxoniense? Sarebbe una licenza insopportabile. E se it’s raining cats and dogs lo dicesse, in inglese, un personaggio di un romanzo francese? Come si tradurrebbe in inglese? Vedete come è difficile dire quale sia la cosa che un testo vuole trasmettere, e come trasmetterla.
Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa – Esperienze di traduzione, Bompiani 2003
Credits: Sud Foto Sergio Siano
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