Cenerentola: il destino è nel nome

CinderellaCenerentola è una delle fiabe immortali della tradizione di tutto il mondo. Ne esistono decine di varianti, dall’Egitto alla Cina (un paese in cui i piedi piccoli “come fiori di loto” avevano un particolare significato), dalla nostrana Gatta cenerentola inclusa in Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile (1634) alle celebri versioni di Perrault nei Racconti di mamma oca (1697) o dei fratelli Grimm (1812-22). Chi non conosce la storia della povera fanciulla condannata a occuparsi del focolare, che con l’aiuto della dolce fata madrina riesce a farsi notare dal principe, a conquistarlo e, infine, a cambiare completamente vita? Dalla fiaba si evince chiaramente che Cenerentola non è un’arrampicatrice: in fondo lei va al ballo solo per svagarsi, per uscire una volta tanto dalla grigia (è il caso di dirlo) quotidianità in cui è relegata. Ma è una ragazza speciale e la sua unicità sgorga proprio dal compito apparentemente umile che le è stato affidato, ovvero la cura del focolare domestico. E qui nascondo le prime difficoltà di traduzione. Nel suo libro Il mondo incantatoUso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe (Feltrinelli, 2001) infatti, lo psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim spiega:

il fatto che Cenerentola sia costretta a vivere in mezzo alla cenere – da cui trae origine il suo nome – è un dettaglio di grande complessità. […] Nei tempi antichi, quella di custode del focolare – il compito delle vergini vestali – era una delle cariche più prestigiose, se non la più importante di tutte, a cui una donna potesse aspirare. 

Secondo Bettelheim quindi il compito di Cenerentola sottolineerebbe di per sé il valore della fanciulla e anticiperebbe il futuro sfavillante al quale è destinata. Perciò la scelta di traduzione del suo nome non è priva di importanza e in questo senso risulta infelice in alcune lingue. Ad esempio Aschenputtel, il termine scelto dai fratelli Grimm nella loro versione della fiaba «originariamente […] designava un’umile e sudicia sguattera addetta alla rimozione della cenere dal focolare» e lo stesso vale per l’inglese Cinderella. Spiega ancora Bettelheim:

È un peccato, infatti, che Cenerentola sia diventata in inglese Cinderella, una traduzione fin troppo facile e inesatta del francese Cendrillon, che, come il nome germanico dell’eroina, pone in risalto il fatto che essa fu costretta a vivere in mezzo alla cenere. Ashes e non cinders è la corretta traduzione della parola cendre, derivata da cinerem, che in latino significa ceneri. […] Ciò è importante in considerazione dei significati impliciti del nome Cinderella, dato che con ashes s’intende la pulitissima sostanza polverulenta che è il residuo della completa combustione; cinders, al contrario, designa i residui decisamente sporchi di una combustione incompleta.

ScarpettaMa i guai non finiscono qui. Se nella versione ottocentesca dei fratelli Grimm le celebri scarpette che solo il piedino di Cenerentola può calzare sono d’oro, in quella italiana derivata dalla Cendrillon di Perrault (e nella versione disneyana del 1950 che entrò direttamente nell’immaginario collettivo di intere generazioni) sono addirittura di cristallo. Un materiale suggestivo, certo, ma piuttosto singolare: non è prezioso come l’oro e sembra decisamente scomodo.  A quanto pare il mistero è presto svelato… con un errore di interpretazione, smascherato nientepopodimeno che da Honoré de Balzac. Secondo il grande scrittore francese il suo collega Perrault si fece fuorviare dalla parola vair, che indica la pelliccia di un piccolo roditore, confondendola con verre, vetro. Eppure le scarpette foderate di pelliccia, oltre che decisamente più plausibili, erano già presenti nella tradizione: le indossano infatti Zezzola, la Gatta Cenerentola, e altre “Cenerentole” di diverse origini.  Anche in questo caso Bettelheim propone una spiegazione, insinuando però che possa essere una scelta intenzionale di Perrault (magari proprio ispirata dall’affinità tra le due parole?):

In francese le parole vair (che significa pelliccia variegata) e verre (vetro) sono a volte pronunciate allo stesso modo, e quindi si suppose che Perrault, udita la storia, avesse preso vair per verre e così trasformato una pantofola foderata di pelliccia in una fatta di vetro. Ma, benché́ venga spesso ripetuta questa spiegazione, sembra non esserci dubbio che la scarpetta di vetro sia stata una deliberata invenzione di Perrault. Ma essa lo costrinse a sopprimere un importante elemento di molte versioni di Cenerentola: il particolare delle sorellastre che si mutilavano i piedi per adattarli alla pantofola. Il principe cadde nella trappola finché non fu avvertito dalla canzone degli uccelli che nella scarpetta c’era del sangue. Questo particolare sarebbe stato immediatamente visibile se la scarpetta fosse stata di vetro.

Interpretazione errata o scelta consapevole, la vicenda delle scarpette di Cenerentola conferma che a volte basta una parola per creare un immaginario completamente nuovo. E poiché le fiabe (e la lingua) sono materia viva, chissà cosa calzerà la Cenerentola dei nostri pronipoti?

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