La didattica delle lingue raccontata da Alessandra Brunetti

Insegnante, docente in corsi di formazione, autrice di testi per la scuola e consulente per diverse case editrici di scolastica: Alessandra Brunetti è un’apripista della didattica delle lingue straniere nel nostro Paese. In questa intervista ci racconta una passione nata con i primi dischi dei Beatles e sfociata in decine di libri che riempiono gli zaini degli studenti italiani.

Raccontaci un po’ di te: che studi hai fatto e quando hai deciso di diventare a tua volta insegnante?

Sandra 2Ho frequentato la scuola Civica Superiore Femminile Alessandro Manzoni di Milano (“la Manzoni”, per distinguersi da “Il Manzoni”, il liceo classico). A quei tempi il liceo linguistico non esisteva, per cui in alcune grandi città si sopperiva a questa mancanza istituendo licei linguistici comunali. “La Manzoni” era – ed è tutt’ora – una scuola prestigiosissima e moderna, concepita ai tempi dell’unità d’Italia da Carlo Tenca*.  La scuola si trovava allora nel prestigioso Palazzo Dugnani, che dava sui Giardini Pubblici di Porta Venezia: ricordo gli affreschi del Tiepolo ai soffitti, le aule enormi, i banchi ottocenteschi con il porta-inchiostro… e il busto di Dante in ottone all’ingresso: toccargli il naso era di buon auspicio – pare preservasse dalle terribili interrogazioni di tedesco e da compiti in classe senza preavviso!

Tra le istituzioni ottocentesche sopravvissute all’interno della scuola ricordo ancora la Direttrice Disciplianare, con il compito di sovrintendere al nostro comportamento: ci redarguiva per un colletto bianco dimenticato (ai tempi si portava ancora il grembiule nero e il colletto bianco sul quale doveva essere ricamato un pallino per ciascun anno di corso!), per uno schiamazzo, per una corsa nei lunghi corridoi… altri tempi! Quando, nel ’68, la mia classe (4B) fece lo sciopero del grembiule, l’insegnante di tedesco ci deferì tutte alla Direttrice Disciplinare… e furono guai.

Finita la scuola, nel 1970 mi iscrissi a Lingue e Letterature Straniere (Inglese) presso l’Università Statale di Milano. La Statale di quegli anni era il centro della contestazione sessantottina… Come vi si poteva resistere? Partecipavo a dibattiti, riunioni tra studenti, professori, lavoratori . Quando Nemi D’agostino, il mio professore d’inglese, iniziò un corso monografico su William Butler Yeats scoppiò il mio amore per la storia d’Irlanda, tema che scelsi per la mia laurea.

Nel frattempo lavoravo. Avevo saputo che un’organizzazione di studi anglo-americani stava organizzando corsi di inglese presso le scuole elementari della città e mi iscrissi a un corso di formazione. Dopo sei mesi di corso intensivo di metodologia e didattica presso la Scuola Interpreti (8 ore al giorno per 6 giorni la settimana) finalmente potei fare il mio ingresso in una scuola come docente. Avevo vent’anni e quella fu davvero un’esperienza esaltante. Capii allora che la mia strada era segnata…dovevo fare l’insegnante.

Oggi i tuoi libri si trovano in tutti gli ordini di scuole. La tua passione per le lingue straniere è cominciata sui banchi o altrove?

Avevo 12 anni quando sentii per la prima volta She loves you dei Beatles. Fu elettrizzante. Ricordo che avevo qualche soldo da parte e mi precipitai nel negozio di dischi sotto casa per acquistare il primo 45 giri della mia vita. Da quel momento in poi non mi persi nemmeno uno delle centinaia di dischi dei miei beniamini. Ascoltavo le canzoni decine e decine di volte, finchè non riuscivo a decifrarne le parole. Quello è stato il metodo migliore per imparare l’inglese. E per appassionarmi allo studio di questa lingua.

Per molti anni hai fatto l’insegnante di inglese, poi hai deciso di diventare autrice di testi scolastici. Come è maturata questa scelta e come sei entrata nel mondo dell’editoria?

Alla fine degli anni ‘80 il Provveditorato di Imperia mi diede l’incarico, insieme ad altre due colleghe, di organizzare un corso di formazione triennale rivolto agli insegnanti di scuola primaria che, per la prima volta, avrebbero insegnato l’inglese nelle loro scuole. Quelle sedici insegnanti, bravissime, avrebbero fatto da apripista, nella nostra provincia, a una professione che oggi è molto diffusa. All’epoca i testi di inglese per la scuola primaria erano pochissimi, la maggior parte erano di case editrici inglesi che si rifacevano a un mercato internazionale, quindi inadeguati alle nostre esigenze. Fu durante il corso che con Janet, una collega inglese, decisi di mettermi alla prova. Il nostro primo corso, chiamato Yahoo, fu pubblicato nel 1992… e fu un successo!

Che tipo di testi scrivi e come cambia il lavoro a seconda delle diverse tipologie? 

Nel corso del tempo il mio lavoro si è evoluto e ha abbracciato ambiti diversi. Oltre ad essere autrice di testi, oggi faccio anche la consulente editoriale. Come autrice ho scritto testi di vario genere: dopo l’esperienza con l’inglese per la scuola primaria, verso la fine degli anni ‘90 ho sentito il bisogno di variare e mi sono dedicata alla stesura di un corso per la scuola medeia, di storie per letture graduate e di libri di civiltà, che hanno avuto una buona accoglienza. Il mio primo libro di civiltà si chiamava Gulliver e proponeva un viaggio dalla comprensione del sé al mondo esterno, per focalizzarsi poi sul mondo anglosassone. In quell’occasione la direttrice editoriale di una nota casa editrice mi propose di lavorare anche come consulente editoriale. Si trattava di leggere i manoscritti e valutarli, ma anche di progettare libri. Sembrerà strano, ma un libro di testo ha una sua architettura, fatta di pesie di equilibri che vanno mantenuti, pena la riuscita dell’opera. Questo è un aspetto del mio lavoro che mi affascina quanto la scrittura.

Quali professionalità sono coinvolte nella stesura di un testo scolastico? E cosa provi quando vedi i tuoi file word trasformati in un libro rilegato, ricco di illustrazioni e colori?

Dietro ciascun libro di testo, soprattutto di lingua, c’è una squadra di persone che collaborano fianco a fianco per mesi e mesi. Oltre al responsabile editoriale, che progetta il libro con l’autore e il progettista, c’è il redattore che prepara il materiale per passarlo al grafico. Il lavoro del redattore è faticosissimo: si deve relazionare con l’autore, con il disegnatore, con il grafico che stende il progetto e lo passa poi all’impaginatore. Il redattore rivede poi le bozze quando arrivano dall’impaginatore, prende anche contatti con i revisori linguistici, che rileggono il materiale per correggere eventuali errori, e organizza la registrazione dei testi nell’apposito studio. Insomma, un lavoro infinito e duro; ma poi, quando vedi materializzarsi le idee sulla pagina, capisci che ne è valsa la pena.

Alla luce della tua esperienza, come sono cambiati i testi per l’insegnamento delle lingue straniere negli anni? Che caratteristiche deve avere un buon testo scolastico di lingue oggi?

Mi sono formata in un periodo di grandi cambiamenti nell’insegnamento della lingua straniera, quando si passò dal metodo grammaticale, molto tradizionale, al metodo comunicativo, che vede la lingua come uno strumento vivo, plasmabile e non come un’entità statica. Un buon libro di lingua deve basarsi su un approccio comunicativo e proporre situazioni di quotidianità vera. Deve inoltre stimolare la curiosità e lo spirito critico dello studente: non essere solo un “manuale”, insomma, ma uno strumento di crescita e di confronto.

Quali sono gli aspetti che preferisci del tuo lavoro e quali le difficoltà?

Una cosa che apprezzo molto del mio lavoro di consulente è il contatto con i colleghi quando vado in casa editrice, un rapporto che si è consolidato nel corso del tempo. Del mio lavoro di autrice, invece, mi piace l’aspetto creativo: quando ti viene quell’idea che nessuno ancora ha avuto e allora cominci a lavorarci attorno e pian piano tutto comincia a prendere corpo: la struttura del libro si fa più chiara e si comincia a riempirla di contenuti. Il lavoro di autore, però, è un lavoro ‘solitario’: sei tu e il tuo computer, per otto, dieci e, quando i tempi sono stretti, anche dodici ore al giorno. A proposito di computer, ricordo il mio primo portatile, acquistato nei primi anni ’90, un oggetto pesantissimo, con lo schermo nero e le lettere color arancio; lo conservo ancora, come un cimelio. Che meraviglia non dover riscrivere ogni volta che si faceva un errore, poter ritornare su un testo e modificarlo a piacimento! Ma che disastro, se ti dimenticavi di salvare! Allora il salvataggio del testo non era ancora automatico; quante nottate a riscrivere le cose perse…

Nella presentazione della scuola si legge: Il 6 maggio 1861 C.Tenca illustrava in Consiglio Comunale il progetto di una scuola superiore femminile ispirata a grande modernità di intenti e volta a conferire un nuovo ruolo alla donna in una Milano il cui alto tenore di civiltà politica e la profonda tradizione culturale facevano emergere esigenze ancora sopite altrove. In assenza di provvedimenti statali che, in materia di istruzione femminile, si arrestavano all’ultima classe della scuola elementare, il Tenca proponeva una scuola che preparasse donne in grado di contribuire al progresso comune in una libera società moderna. 

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