Cronache da #ItalianoCorretto

Il 15 e 16 aprile Linguaenauti è stato in trasferta a Pisa per partecipare a Italiano Corretto, un workshop dal titolo sottilmente ironico organizzato da STL Formazione e doppioverso. Sono stati due giorni intensi e pieni di stimoli diversi, che proverò a raccontarvi brevemente, anche se più che un post dovrei scrivere un saggio!

Pisa 1Questo ciclo di incontri è stato particolarmente interessante perché era rivolto a tutti coloro che lavorano con la lingua italiana e vogliono capire dove stia andando: un punto di vista diverso dal solito per noi traduttori, che tendiamo ad approfondire più spesso temi legati alle lingue sorgente che all’italiano in sé e per sé, e l’occasione di incontrare un sacco di persone, da colleghi di varie estrazioni a professionisti provenienti da ambiti diversi, tutti accomunati dalla voglia di conoscersi e scambiare idee. Una vera boccata d’aria fresca per chi, come me, lavora sempre da solo! Tutti e sei gli interventi più la pazzesca serata con Lercio sono stati ricchissimi di spunti e meriterebbero un articolo ciascuno, e magari lo farò; per ora mi limito a individuare per ognuno qualche punto che ha dato luogo alle riflessioni per me più stimolanti.
Mozzi 2

Giulio Mozzi (scrittore), Laboratorio sulla punteggiatura. Ricordate le regole che avete imparato alle elementari: niente virgola prima della e, mai cominciare una frase con un ma, guai ai periodi troppo lunghi? Ecco: dimenticatele. Queste regole rientrano nel favoloso mondo dello stile e non sono presenti in nessun manuale, checché ne dica la maestra (Manzoni evidentemente ne ha avuta una parecchio permissiva, visto che distribuiva virgole a manciate tipo seminatore di grano). La punteggiatura ha molto più valore espressivo di quanto immaginiamo, come abbiamo dimostrato con un interessante esercizio con frasi minime, e ci guida nella lettura ammantando di senso il testo… e questo, come abbiamo visto, può complicare le cose ai traduttori (come se non bastasse, aggiungerei!).

Riflessione: affermare l’autodeterminazione della punteggiatura è stata una grande liberazione; certo è che se non stiamo scrivendo il romanzo del secolo, scorrevolezza e chiarezza dovrebbero essere le vere regole di buonsenso a cui attenersi.

VeraVera Gheno (Twitter manager Accademia della Crusca): Linguisti nel terzo millennio: in equilibrio instabile fra tradizione e cambiamento. L’intervento di Vera è stato un susseguirsi di fuochi d’artificio e fatico a imbrigliarlo in poche righe, ma due temi secondo me sono davvero imprescindibili. Il primo è che l’italiano è una lingua anarchica: a differenza di francesi e spagnoli non abbiamo un’accademia che stabilisca con inappellabile certezza la norma dell’italiano ufficiale, ma solo enti autorevoli che si limitano a dire la loro senza imposizioni. Insomma, l’italiano è mio e me lo parlo io… ma se magari imparo da chi per mestiere studia e difende la lingua senza preconcetti grammarnazi, male non faccio. Il secondo punto, che si lega indissolubilmente al primo, è che i professori da bar che spadroneggiano in internet in realtà sono povere vittime dell’Effetto Dunning Kruger (cito da Wikipedia): una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti tendono a sopravvalutarsi, giudicando, a torto, le proprie abilità come superiori alla media. Ecco spiegato il perché di tweet esilaranti in cui i Mario Rossi di turno sconfessano Crusca, Zingarelli e Treccani in un colpo solo in virtù della regoletta imparata in terza elementare, o di commenti del tipo “Ma come si fa a scrivere oddio tutto attaccato? Vabbè”.

Riflessione: l’idea che l’italiano sia anarchico mi piace tantissimo; quella che l’uomo della strada non metta in dubbio le proprie granitiche certezze e dia degli ignoranti al gotha della lingua italiana molto meno. Come dice il saggio: più sai, più sai di non sapere, quindi avere fiducia nelle nostre competenze linguistiche è bene, andare a verificare i dubbi e dare retta a chi ne sa più di noi è meglio.

LercioUn anno LercioLa giornata di venerdì si è conclusa con una serata di teatro che ci ha piegati in quattro dalle risate: l’incontro con Andrea Michielotto, laureando un po’ nerd letteralmente bacchettato dall’inflessibile prof. Vera Gheno, alle prese con la discussione della sua tesi su Lercio.it. Per avere un’idea di quanto sia stato divertente l’incontro fate un giro sul sito di Lercio; certo che per noi di Italiano Corretto è stato anche molto formativo. Ha dimostrato quanto siano importanti i registri linguistici, che per fare satira o ironia ci vuole una preparazione solida… e quanto sia ancora povera la comprensione del testo degli italiani, in particolare di quelli che non vedono l’ora di commentare sui social. Insomma, nonostante viviamo nell’era dell’informazione, basta davvero un formato tipo giornale e il registro giusto perché un titolo palesemente grottesco diventi una verità assoluta che accende gli animi. C’è da piangere? Forse; intanto noi ci abbiamo riso su.

Leonardo

Leonardo Marcello Pignataro (traduttore): «Amico, ma perché parli come un film doppiato?» Sabato si è aperto con Leonardo Marcello Pignataro, traduttore della serie Il trono di spade, tra le molte altre ammirevoli attività. Un addetto ai lavori che con grande cultura (perché demonizzare tanto la parola fottuto se la scriveva anche Leopardi?) ha parlato delle brutture del “doppiaggese”, ma con altrettanto buonsenso ha chiarito che a volte sono inevitabili per la natura stessa del mezzo cinematografico. Insomma, anche i traduttori e gli adattatori sanno che alcune parole sono inascoltabili, ma se vogliono adattarle al labiale non hanno altra scelta. La soluzione come sempre sta nel mezzo: non abusare, sfruttare ogni occasione (campi lunghi, scene di spalle o in off) per fare scelte linguistiche più scorrevoli, non inserire orrori gratuiti. Un importante quesito proposto dal workshop è se la lingua del doppiaggio influisca sull’italiano parlato, e la risposta è stata un netto sì. Ma l’aspetto interessante è che questo fenomeno non riguarda solo i più giovani: Leonardo ci ha dimostrato con una ricerca statistica che l’aggettivo blu al posto di azzurro (occhi blu, cielo blu) ha iniziato a prendere piede negli anni ’50, con l’avvento della televisione e dei film doppiati, e così molti altri termini. Insomma, anche i nostri nonni sono stati vittime di quella che si ritiene una piaga moderna: magra consolazione o dimostrazione di una tendenza inarrestabile?

Riflessione: è vero che il linguaggio dei film doppiati tende a essere un po’ alto in Italia, ma per la natura stessa dell’italiano un registro popolare standard non esiste, perché ancora molto intriso di regionalismi. Insomma, i gangster del Bronx non possono salutarsi certo con un buondì carissimo, ma nemmeno con un bella zì; nei limiti del possibile dobbiamo accettare la convenzione che si chiamino fratello o amico, termini un po’ artificiali che però rimandano a un mondo culturale così diverso dal nostro. Come dice Leonardo, tutto sta nel non abusare, per rendere l’opera doppiata il meno stridente possibile. Altra questione: la lingua dei film doppiati influenza l’italiano? Be’, se negli anni ’30 la moda delle camere matrimoniali con letti separati (invenzione della censura hollywoodiana, che considerava disdicevole suggerire che una coppia sposata condividesse il letto) ha influenzato mezza Europa, il “ciao amico” è dietro l’angolo.

doppioversodoppioverso (Chiara Rizzo e Barbara Ronca, traduttrici), A qualcuno piace l’hashtagLe ragazze di doppioverso sono fantastiche; se già non avevo dubbi leggendo il loro blog, questo incontro ne è stato la conferma. Perché il loro stile nel parlare è identico alla loro scrittura: dicono una marea di cose interessanti mischiando profondità e leggerezza in modo così scorrevole che due ore passano in un lampo (un po’ come un tweet, insomma). E infatti hanno toccato mille argomenti legati alla scrittura per il web e i social, tra cui scelgo questo: internet sta dando vita a un sistema linguistico nuovo, fatto di condensazione ricca di senso, reazioni immediate, pervasività totale. Un linguaggio modernissimo che paradossalmente torna alle radici del linguaggio stesso, perché le immagini (i “geroglifici” rappresentati da gif, emoji e meme) e le “etichette” degli hashtag si caricano di significato, più forte quanto più è condiviso, al punto che la faccina che ride con le lacrime è stata eletta parola dell’anno dall’Oxford Dictionary nel 2015. L’unica pecca di questa nuova modalità di interazione umana? Il mondo del web esige una connessione continua e una velocità di reazione da pilota di Formula 1 che può destabilizzare; tutto sta nel trovare il proprio equilibrio tra reale e virtuale per non sentirsi sopraffatti.

Riflessione: parlando di hashtag non ho potuto fare a meno di pensare alle frasi iconiche che usavo con i compagni di liceo in determinate situazioni (sì, avevamo un corrispettivo ante litteram di #EpicFail, che vi risparmio per pudore), e a proposito di meme mi sono tornate in mente le imitazioni dei prof, che declinavamo in tutte le forme. Insomma, si può dire che internet in fondo non abbia inventato niente, ma solo esasperato tendenze linguistiche ed espressive che portiamo nei nostri geni. Mi piace l’idea che i social siano una sorta di liceo globale dove più o meno tutti siano in grado di cogliere riferimenti (e chi non ci riesce è lo sfigato della classe, ma – è questo il vantaggio – solo per quel turno).

De BenedettiAndrea De Benedetti (autore del libro La situazione è grammatica): Così scrivevano: la norma linguistica italiana dalla Crusca a GoogleUn incontro ideale per i fan della grammatica senza preconcetti; ed evidentemente in Aula B eravamo in tanti, perché non abbiamo quasi lasciato parlare il prof, presi dall’entusiasmo di commentare ogni sua affermazione. La prima delle mille cose interessanti emerse è che l’italiano è una lingua atipica: ha una tradizione letteraria antichissima ma una tradizione orale di pochi decenni. Per secoli infatti è stata una lingua “artificiale” che si è evoluta pochissimo e si è affermata soprattutto grazie alla TV. Risultato? Ora sta recuperando il tempo perduto evolvendosi in fretta, e non certo con buona pace dei suoi difensori. Perciò ecco sorprendenti liste di parole o espressioni che un tempo erano errori e ora non lo sono più, grafie che convivono non sempre pacificamente (un po’ e un pò), altre destinate a non essere più errori tra non molto (qual’è), perché la grammatica è materia viva e sono i suoi parlanti a deciderne le sorti, nel bene o nel male.

Riflessione: errori o no? Certo, anche senza essere grammarnazi un “gli ho detto a Maria” ci fa accapponare la pelle, ma d’altra parte la tendenza all’evoluzione e alla semplificazione è nella natura stessa di qualsiasi lingua e non possiamo che prenderne atto, come dimostra l’Appendix Probi con la sua disperata opposizione a un movimento inarrestabile. E se oggi nessuno piange più la scomparsa del futuro latino, tra qualche decennio nessuno sentirà la mancanza del congiuntivo? Ai posteri l’ardua sentenza.

MastrantonioLuca Mastrantonio (autore di Pazzesco! Dizionario ragionato dell’italiano esagerato), Ma che lingua parliamo? L’italiano pazzescoQuesta due giorni pazzesca non poteva concludersi che con lo scoppiettante intervento di Luca, giornalista del Corriere della Sera che scardina qualsiasi preconcetto sui giornalisti inamidati. Con lui abbiamo riso in un fuoco di fila di battute, sotto forma di improbabili definizioni da dizionario e immagini che dicono più di mille parole, sui tic linguistici che ormai ci pervadono e ci soffocano. Uno per tutti? Il giovane Amleto che regge sconsolato il teschio di Yorick e si pone l’angosciosa domanda esistenziale: Essere piuttosto che non essere?

Riflessione: il linguaggio ci contraddistingue come esseri umani ed è inevitabile che sia così importante nella nostra vita, fonte di divertimento o esasperazione, rivendicato con orgoglio o bacchettato senza pietà. L’importante è non perdere l’ironia e ridere sempre di noi stessi… magari facendo uno sforzo per non scadere nel patetico, ecco.

Pisa 3In conclusione, cosa porto a casa da questa due giorni intensa? Oltre naturalmente alla gola dolorante per le troppe chiacchiere, nuovi contatti e una buona iniezione di apertura di orizzonti, direi una massima fondamentale: l’italiano corretto è una definizione intrinsecamente impossibile. La nostra lingua fa un po’ come le pare e non possiamo che constatarlo più o meno sconsolati, perché tra la grammatica prescrittiva e quella d’uso esiste una breccia in continua e imprevedibile evoluzione. L’unica soluzione che ci resta è provare un po’ di affetto per questa nostra lingua bistrattata e tentare di preservarla da una spirale di decadimento esagerata, almeno dove si può.

Perché da traduttrice non posso che pormi l’immancabile domanda: in che contesto?

Pisa 2E la risposta che emerge da questo ciclo di incontri è che se come professionisti della lingua abbiamo il dovere di difenderla a spada tratta contro brutture e distorsioni, come parlanti abbiamo il diritto di usarla secondo le nostre esigenze. Insomma, la lingua è come le scarpe: ne abbiamo un paio un po’ sformato ma comodo da mettere tutti i giorni, un paio più presentabile quando vogliamo darci un tono e un bel tacco dodici da sfoggiare per fare colpo (ma bisogna saperci camminare o si rischia l’effetto contrario, come ha dimostrato Leonardo Pignataro commentando l’articolo di noi-sappiamo-chi). E se è vero che il mocassino fa sempre elegante, al raduno dei biker è meglio mettere lo stivale borchiato se non vogliamo apparire completamente fuori contesto (soprattutto se ci andiamo per lavoro). Ma la regola fondamentale è trattarle con affetto e ogni tanto ricordarci di pulirle, risuolarle, cambiare i lacci logori, magari con l’aiuto di un bravo calzolaio se non sappiamo come fare.

E ora, dopo aver dato dei calzolai a Crusca e compagnia (ma solo per amor di metafora, sia chiaro!), mi ritiro a meditare sui mille dubbi che mi ha lasciato Italiano Corretto, da indicativo piuttosto che congiuntivo a se stesso con l’accento (o no?).

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2 thoughts on “Cronache da #ItalianoCorretto

  1. Davvero interessante, grazie Eleonora. L’impiego dell’italiano corretto è fondamentale anche per noi traduttori, mentre spesso, come tu giustamente scrivi, ci si concentra sul testo di origine o, al massimo, sull’interazione tra sorgente e destinazione. Invece l’impatto delle parole elaborate e adattate dai traduttori contribuisce significativamente al successo di un libro o di un prodotto o di un sito web

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